ViatorIn un post precedente abbiamo descritto la categoria dei left gatekeeper, personaggi noti che apparentemente combattono il sistema, ma in sostanza - a volte consapevolmente, a volte meno - fanno il gioco del sistema omettendo di trattare gli argomenti realmente scomodi e compromettenti.
A tal proposito, ultimamente ho avuto la netta sensazione che qualche furbacchione abbia escogitato un nuovo modo di raggirare le masse, mediante la proposizione di film che in apparenza dovrebbero contestare l'establishment politico, ma che in realtà non fanno che gettare fumo negli occhi.
Mi riferisco in primo luogo a W, lungometraggio dedicato alla figura di George W. Bush. Quando fu mandato in prima visione da una emittente italiana mi aspettavo che il film di Stone tracciasse un ritratto verosimile dell'ex presidente statunitense; che analizzasse le controverse decisioni scaturite dai fatti dell'11 Settembre; che ponesse l'accento sui rapporti intrattenuti dalla famiglia Bush con personaggi come Osama Bin Laden e Saddam Hussein; che perlomeno accennasse alle decine di migliaia di vittime innocenti provocate dalle campagne belliche promosse dagli Stati Uniti durante i "mandati Bush".
Ebbene, niente di tutto questo. "W" si rivelò essere una sorta di favoletta incentrata sulla figura patetica di un uomo insicuro oscurato dalla figura dominante del padre, quest'ultimo descritto come un onesto, forte e bonario capo di stato (!).
Ora, se da un lato la cosa ha lasciato l'amaro in bocca ai più informati (oltre che il forte sospetto che il signor Stone abbia voluto stravolgere di proposito la essenza delle cose), dall'altro ha indotto il grande pubblico a ritenere che il peggiore peccato commesso da George W. Bush sia stata la carenza di personalità.
Insomma, da Stone (autore di Platoon, Nato il 4 Luglio, JFK) ci si attendeva un film molto diverso. Finanche il trailer di W fu confezionato in modo tale da far pensare a una pellicola di denuncia, quando invece ci siamo trovati di fronte uno psicodramma sciapo e telenoveloso.
Come mai? A cosa è dovuta tale evidente discrepanza tra il trailer e la reale essenza del film? Censura? Un problema di comunicazione?
Sinceramente non credo. Penso invece che il tutto sia stato orchestrato con il preciso intento di diffondere disinformazione mascherata da controinformazione. Che Stone - chissà per quale ragione - si sia prestato a questo gioco. Come si diceva, il pubblico tende a fidarsi del regista newyorkese sulla base delle precedenti opere. Dunque, quale miglior disinformatore di un ex controinformatore?
Teoria - questa - ampiamente suffragata dalle dichiarazioni di diversi uomini politici (tra cui Berlusconi) che a margine della uscita del film espressero durissime critiche in merito, fornendo così alla opinione pubblica la falsa idea che i fatti in esso narrati fossero realmente scomodi.
Chiunque sia sufficientemente informato è consapevole che "W." non narra alcunché di scomodo, sicchè non vi sarebbe stato alcun motivo politico per scagliarvisi contro, eccetto quello di voler diffondere la idea che il film fosse politicamente scomodo.
Chiudo il capitolo "W" con una curiosità riguardante l'autore. Dando una occhiata alla filmografia di Oliver Stone ho notato come i contenuti delle sue opere negli ultimi anni siano drasticamente mutati. I film di sincera contestazione sono stati soppiantati da titoli ben più addomesticati (Ogni Maledetta Domenica, Alexander, World Trade Center). L'elemento curioso è che questa inversione di tendenza è coincisa con un film del 1997 che l'autore intitolò: U-Turn (inversione di marcia).
Tornando all'argomento principale, la idea che con il film di Stone si fosse inaugurata una nuova branca della disinformazione fu assai forte. Ma un indizio non fa una prova, sicchè decisi di mettermi in attesa di ulteriori segnali.
Ed ecco uscire la ultima fatica di Erik Gandini (già autore di Surplus), intitolata: Videocracy.
Allo stesso modo di "W", Videocracy è stato presentato e pubblicizzato come film di denuncia. Allo stesso modo di W. è stato realizzato da un autore già noto per la sua vocazione controinformativa. Prima ancora che uscisse era già notissimo soprattutto per via del veto con cui il premier ne proibì la programmazione sulle reti Mediaset.
Tutto ciò, come si può ben capire, ha stimolato la curiosità di molti. Purtroppo però nessuno si è chiesto come mai Berlusconi abbia deciso di esternare pubblicamente il proprio veto e non si sia limitato a fare una telefonata a chi di dovere.
Ed ecco uscire la ultima fatica di Erik Gandini (già autore di Surplus), intitolata: Videocracy.
Allo stesso modo di "W", Videocracy è stato presentato e pubblicizzato come film di denuncia. Allo stesso modo di W. è stato realizzato da un autore già noto per la sua vocazione controinformativa. Prima ancora che uscisse era già notissimo soprattutto per via del veto con cui il premier ne proibì la programmazione sulle reti Mediaset.
Tutto ciò, come si può ben capire, ha stimolato la curiosità di molti. Purtroppo però nessuno si è chiesto come mai Berlusconi abbia deciso di esternare pubblicamente il proprio veto e non si sia limitato a fare una telefonata a chi di dovere.
Il tenore di Videocracy è un pò ambiguo, per usare un eufemismo.
Lo spettatore si reca al cinema con la idea di assistere ad un film che dipinga il mondo della televisione con tono quantomeno indignato. La mercificazione del corpo femminile; la persuasione occulta; le innumerevoli strumentalizzazioni politiche; l'asservimento della informazione...
E invece - sorpresa! - con il passare dei minuti il film di Gandini si rivela essere ciò che nessuno si aspetta che sia, cioè il dipinto quasi ammirato di un magnate delle telecomunicazioni che si è fatto da sè, alternata alla descrizione (anch'essa piuttosto ammirata) di un giovane e ambizioso coordinatore di paparazzi, figlio di giornalista Rai, amante del denaro e delle belle donne. Due personaggi con cui quasi quasi vien voglia di identificarsi.
Che fine ha fatto il film di denuncia? Scomparso. Gandini si limita a fotografare, in maniera tra l'altro assai lacunosa - la situazione mediatica italiana, il tutto senza mai citare gli episodi chiave da cui è scaturita, ossia ll famigerato "decreto Berlusconi" - con cui negli anni '70 Craxi legittimò Mediaset a trasmettere con ben 3 reti private sul territorio nazionale - e la successiva acquiescenza dei governi di centro-sinistra, che quando ne ebbero la opportunità non agirono contro il conflitto di interessi mediatico. Il che è un pò come fare un film su Mike Tyson senza citare il pugilato.
In conclusione, ti invito a tenere gli occhi e la mente bene aperti, perchè purtroppo stiamo entrando in una fase in cui sempre più spesso la disinformazione ci sarà somministrata sotto forma di controinformazione, e sarà sempre più difficile distinguere le opere di denuncia compiute in buona fede da quelle che si spacciano come tali, ma che in effetti focalizzano l'attenzione del grande pubblico sulle colpe minori, con l'obiettivo di oscurare quelle più gravi.
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Giuseppe De Micheli


1 COMMENTI:
Sono Daccordo.Penso comunque che esiste (per questione d'equilibrio universale),una parte d'umanitä Onesta.Si fanno delle cose, a volte, con Buone Intenzioni...il risultato,a volte, e' deludente e contrario.A Pensarci bene, Io stesso non sö, sempre,, se ho Ragione.. Spesso la "consapevolezza" arriva quando e' giä troppo tardi....e, alcuni Filosofi che lo capiscono in tempo, vengono obbligati a bere cicuta. Tratto, liberamente da:-io Uomo-. G. emigrante
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