2 febbraio 2011

Gli Orrori della Santa Inquisizione (Eresia, Tortura, Controllo)

santa inquisizione"Eretico sarà chi accenda il rogo, non già colei che vi brucerà dentro!"
William Shakespeare, Il Racconto d'Inverno

di R. Giammanco

Secondo il Santo Tribunale la matrice 'diabolica' dell’eresia era unica: diversa sunt nomina, sed una porfidia (diversi sono i nomi, ma unica è la perfidia).

Una complessa casistica regolava il grado di pericolosità e coinvolgimento nelle varie eresie. Chi erano da considerarsi eretici?
"Tutti quelli che dicono, insegnano, predicano o scrivono contro la sacra Scrittura, contro gli articoli della Santa Fede, contro i SS. Sacramenti e riti, ovvero uso d’essi; contro i decreti dei S.Concilii e determinazioni fatte dai Sommi Pontefici; contro la suprema autorità del sommo Pontefice; contro le tradizioni apostoliche; contro Purgatorio e indulgenze; quelli che rinnegano la Santa Fede facendosi turchi o ebrei o d’altre sette e lodano le rispettive osservanze e vivono conformi ad esse; quelli che dicono che ognuno si salva nella sua fede…"
Chi si doveva considerare sospetto di eresia?
"Quelli che dicono preposizioni che offendono gli audienti e non le dichiarano; quelli che anche se non dicono parole fanno fatti ereticali, come abusare i SS. Sacramenti e in particolare l’Hostia consacrata e il Santo Battesimo, battezzando cose inanimate come calamita, carta vergine, fave, candele ed altri simili; quelli che abusano cose sacramentali come Oglio santo, Cresima, Parole della Consacratione, Acqua benedetta, candele benedette; quelli che feriscono e percuotono icone sacre; quelli che scrivono, tengono, leggono o danno ad altri da leggere libri proibiti nell’Indice o negli altri Nostri editti particolari; quelli che notabilmente si allontanano dal vivere comune dei Cattolici come il non confessarsi e comunicarsi una volta l’anno, in mangiare cibi proibiti senza necessità, nei giorni determinati dalla Santa Chiesa e simili."
(tratto da una Breve informazione del modo di trattare le cause del S. Officio. Parma, 1628).

La richiesta di perdono che Papa Wojtyla pronunciò a Napoli il 12 marzo del 2000 fu preparata, prima ancora che dalla martellante campagna d’immagine vaticana, dai laici giubilari accorsi in fretta per la bisogna. Senza roghi o scomuniche, sponte sua, sono stati accesi, al bagliore accecante dei media, i roghi della memoria.

La damnatio memoriae giubilare si trasforma in una correctio memoriae concordataria, riconversione di fatti storici inequivocabili, che credevamo acquisiti, con l’omertà che basta a trasfigurare in 'errori', 'debolezze umane', 'casi specifici', la continuità e la ferrea, spietata logica di potere di istituzioni burocratiche di rara efferatezza capaci di imporre e perfezionare meccanismi collettivi di infantilizzazione, sospetto, terrore, conformismo.

I FALSARI DEL GRANDE GIUBILEO
Il 400° anniversario del rogo su cui salì, 'con la lingua in giova', il 17 febbraio dell’anno giubilare 1600, Giordano Bruno (v. correlati), è al centro di tale damnatio-correctio memoriae che in accordo ai tempi è rigorosamente politically correct. 

Da tempo, l’istituto della Congregazione della Santa Inquisizione dell’eretica gravità, e il suo Santissimo Tribunale, sono presentati con un volto umano, tra l’esercizio di una rigorosa legalità e una caritatevole soavità nei confronti dei reprobi a loro affidati. 

Si è scoperta e privilegiata la 'buona fede' dei giudici, i loro sforzi 'per arginare sospetti e intolleranza' e/o 'non far soffrire gli imputati' fino ad affermare che '…finché la letteratura sulla Inquisizione è stata soprattutto di origine protestante…si è potuto tranquillamente demonizzare quella istituzione (strumento dello Anticristo, si diceva) ad esaltarne le vittime come martiri della verità. Una nozione schematica e superficiale.' (A. Prosperi, 1988). 

Più recentemente, si è spinto lo zelo fino ad affermare che 'l’eresia fu oggetto degli affanni inquisitoriali solo in minima parte e in periodi circoscritti. Il più del tempo gli inquisitori lo dedicavano a truffatori che si fingevano preti, bigami e trigami, fattucchieri denunciati da clienti delusi … gli eretici veri e propri erano quasi tutti frati e preti.

Infine, visto che gli eretici erano i primi a non volere tolleranza né tanto meno: 'equivalenza delle fedi, si sarebbero comportati (e dove furono maggioranza si comportarono) come gli inquisitori, e anche peggio.' Sempre se avessero potuto…
(Rino Cammileri, 1998). 

Non basta. Il Santissimo Tribunale che 'non amava versare sangue e preferiva salvare le anime' trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno il quale, del resto, 'era litigioso e insopportabilmente pieno di sé', pertinace e impenitente, nella cui tattica difensiva 'avevan gran parte le bestemmie più orribili. Fu questo il motivo per cui lo condussero al rogo con la bocca serrata.' (Rino Cammileri, 2000)

Questi e altri contributi all’astratto spettacolo del 'perdono' papale sembrano dominare nella cultura diffusa dell’Italia giubilare, se non altro per la loro visibilità ufficiale. 

La damnatio-correctio memoriae si articola a vari livelli, dal più formale e raffinato al più rozzo ed emotivo, che convergono nel ribadire la legalità, addirittura quasi 'garantista' dell’istituto inquisitorio, a mettere in luce la severa clemenza nel perseguire i reprobi dei quali, come nel caso di Giordano Bruno, si ammette l’ostinazione e la pervicacia ('…ed insomma il meschino, se l’Iddio non l’aiuta, vuol morire ostinatamente ed essere abbruciato vivo' , Avviso di Roma, 12 febbraio 1600, sabato). 

Ciò che viene sfumato, distorto, o del tutto relegato alle critiche ed annose polemiche degli specialisti, è il discorso sui fondamenti, le procedure e il ruolo storico che ha avuto il processo inquisitorio con lo strascico dei suoi principi fondanti lasciati in eredità anche al mondo moderno e ai suoi universi totalitari. 

L’Inquisizione fu la logica conseguenza della sacralizzazione del potere papale, che direttamente, e senza mediazioni, ne concesse e legittimò gli immensi poteri. A monte il carattere divino della Chiesa, il potere del Pontefice di definire la verità e perseguire l’errore, di mediare tra l’aldilà e l’aldiquà, di sciogliere e legare, alla luce della 'verità' definita, tutti gli aspetti della vita sociale.

Attraverso i secoli, l’Inquisizione fu il più efficiente meccanismo di controllo sociale della storia dell’Occidente cristiano: il suo potere, prima che sulle azioni, si abbatteva sui pensieri, sulle intenzioni, sulle scelte devianti.

Non è un caso che il termine 'eresia' voleva dire originariamente 'scelta.'

UN CONTROLLO SOCIALE DI MASSA
Le risposte alla damnatio-correctio memoriae giubilare, vero rifiuto di responsabilità storiche, morali e culturali, vanno cercate meno nei singoli casi che, per esempio, nei principi fondanti e nei meccanismi del processo inquisitorio, strumento burocratico al servizio di un universo teocratico coercitivo che ha gestito, per secoli, comportamenti sociali e intenzioni, vivi e morti, a sua immagine e somiglianza. 

Il processo inquisitorio fu definitivamente codificato nella Nuova Inquisizione post - Riforma luterana, a partire dal 1542 (Bolla Licet ab inizio di Paolo III). 

La Congregazione del Santo Uffizio, presieduta dal papa, sempre quando erano in gioco casi 'difficili', mantenne intatti i principi fondanti della Inquisizione medioevale (crociata contro gli albigesi e loro sterminio), dell’inquisizione di Spagna ('estirpazione' e conversione forzata di ebrei e musulmani) dandosi una organizzazione totalmente centralizzata, a guardia della burocratizzazione capillare della fede cattolica e del controllo sociale di massa che la Controriforma stava consolidando. Il sentimento religioso fu gestito come un modello chiuso, coercitivo, trionfalistico. 

I principi del processo inquisitorio sono dedotti dal suo fine supremo: perseguire 'l’eretica pravità' che si macchia del crimine supremo: 'lesa maestà divina.' Qualsiasi altro crimine, se ci sono i segni della 'peste eretica' o della trasgressione al modello del magistero, è associato all’eresia. 

Il sospetto faceva scattare il meccanismo inquisitorio. Era di per sé il segno della colpa. Tutti (nobili, alti prelati compresi i cardinali, funzionari reali al di fuori del re) potevano essere inquisiti, se denunciati come sospetti.

LA CULTURA DELLA DELAZIONE
Per chi si affanna ad addolcire la immagine della Inquisizione e al tempo stesso isolarla dal modello coercitivo della Controriforma, l’imbarazzo maggiore viene dalla centralità della delazione

Praticata da sempre all’interno e all’esterno, spetta al Santo Uffizio - che razionalizza il sospetto come presunzione di colpa e ne introduce la capillarizzazione nellaarea cattolica – il compito di assicurarne la tutela, e naturalmente la sacralizzazione. 

La delazione è segreta ('…all’imputato deve essere comunicata solo la sostanza delle deposizioni dei testimoni a carico, senza nomi né possibilità di individuarli' - decreto della Congregazione del Santo Uffizio, 1566) ed è 'un dovere per il popolo cristiano', perché se si è obbligati a denunciare i crimini di lesa maestà, a maggior ragione è doveroso denunciare il supremo peccato - crimini di lesa maestà divina. 

Così il padre è obbligato a denunciare il figlio, il marito la moglie, e viceversa, anche perché chi rivela al Santo Tribunale l’eresia dei propri consanguinei ('de’ loro padri ancorché eglino fossero nati dopo il paterno delitto', 1621) non solo non incorre nelle pene stabilite e compie 'un’impareggiabile opera di carità', ma può anche usufruire di speciali indulgenze per sé e per gli altri suoi defunti. 

Soprattutto – insistono decreti e manuali – si affida alla guida sicura dell’Inquisitore che è padre; il che vuol dire – come suona una delle iperbole retoriche dell’epoca – a Dio stesso, 'Primo Inquisitore, che castigò Adamo ed Eva, il popolo di Israele e giù giù tanti altri.' 

Il Santo Tribunale obbligava anche le stesse autorità secolari a denunciare, a pena di essere denunciate a loro volta, come complici dell’eresia nella congiura contro il bene pubblico. Chiunque poi si fosse impegnato a tacere, con qualsiasi forma di giuramento, quando si trattava della 'eretica pravità', era dispensato d’ufficio. 

I confessori si trovavano di fronte a un dilemma. Se - interrogati dall’Inquisizione su cose coperte dal segreto confessionale (sanzionato nel 1215 dal IV Concilio Laterano) - non rispondevano, correvano forse il rischio di essere loro stessi inquisiti come fautores

Al culmine di secolari controversie sull’argomento, in piena Controriforma, Dominico Soto (1582) così rispondeva al dilemma: '…le orecchie umane giudicano le parole dal suono, ma il giudizio divino considera quei suoni se sono o no in accordo con l’intenzione…Dio ode le parole non pronunciate e le giudica vere anche se l’uomo non è in grado di accorgersi della discrepanza.' La tacita cogitatio, il pensare senza parole permette di dirigere l’intenzione in senso contrario rispetto a quanto è indicato dalle parole!

LA TORTURA PER L'INTENZIONE
Dai tempi della bolla Ad extirpanda (1252) la tortura era considerata elemento di prova (spesso unico) e applicata con puntiglioso formalismo burocratico (la damnatio correctio giubilare insiste sui 'precisi limiti di durata'). 

Tutti potevano essere torturati (i ragazzi al di sopra dei nove anni erano sottoposti alla tortura delle bacchette) e chi, sotto tortura, rispondeva alle domande del giudice inquisitore in modo non chiaro era torturato finché non completava la sua confessione. 

Il massimo della astrazione ('la banalità del male'), e della spietatezza, era la tortura per l’intenzione. Se, dopo una confessione completa, il sospetto-reo negava di avere avuto intenzioni eretiche mentre si comportava da eretico, veniva torturato non sul fatto ma sulla 'sua empia credulità ed intenzione.' Rovesciamento del principio giuridico antico secondo cui nessuno può essere punito per quello che pensa (Cogitatio poena nemo patitur).

E che dire dei processi dell’Inquisizione a carico dei defunti? In quanto crimine di lesa maestà divina, il crimine di eresia non si estingueva con la morte del reo. Condannando gli eretici morti, il Santo Tribunale condannava la loro 'empia e immonda memoria' e al tempo stesso confermava 'l’eternità' dei suoi decreti e la mediazione della Chiesa sull’aldilà dell’aldiquà. 

Le ossa degli eretici morti venivano disseppellite e bruciate in pubblico con il consueto rituale, così come gli eretici latitanti che non si presentavano entro un anno venivano processatio e condannati ad essere bruciati in effige. Sul rogo veniva messa una statua con su scritto il nome e il cognome. 

Di regola, il Santo tribunale presumeva che l’accusato di eresia che, in carcere, si toglieva la vita l’avesse fatto per rimorso. Il suo gesto equivaleva dunque a una piena confessione e per questo doveva essere processato e punito. Ai figli era concessa la possibilità di evitare la damnatio memoriae del padre se riuscivano a dimostrare che si era suicidato per il terrore. 

Dopotutto, la tortura poteva uccidere tanto i colpevoli quanto gli innocenti. Ma questi – è detto in una delle guide dell’inquisitore – 'andranno comunque in paradiso.'

L’Inquisizione era il modello operativo di una lunga tradizione di organizzazione dello immaginario della salvezza. Si proponeva di salvare le anime attraverso l’imposizione di un’autorità definita 'divina', di un potere di definizione che era al di sopra di ogni altro potere. 

Con la confessione, la Chiesa si assumeva il compito e, per la sua definita origine 'divina', il dovere di gestire, giudicare il mondo interiore dei fedeli con premi e castighi per le loro pulsioni e comportamenti.

L'INVENZIONE DEL PURGATORIO
Con il Purgatorio fu ridisegnata la mappa antropomorfica dello aldilà e riconfermato il potere papale della mediazione. Le indulgenze, strumento che la Controriforma regolò su basi amministrative, furono dedotte anch'esse dal potere di sciogliere e di legare nell’aldiquà e nell’aldilà, in tutti e due i sensi. 

Grazie alla deduzione del Purgatorio, superba 'invenzione' che dava un ordine 'certo' alle angosce e alle speranze dell’immaginario collettivo, Bonifazio VIII, primo Jiubilee maker, poté riaffermare la supremazia papale. Tra l’auctoritas e il perdono c’éra pur sempre la scappatoia del Purgatorio. 

Nel 1335 in Piemonte, all’Inquisitore che li interroga, i valligiani valdesi, che poi furono tutti impiccati o bruciati, risposero che nell’altra vita si aspettavano solo l’inferno o il Paradiso e che il purgatorio è qui sulla terra. 

A chi è rivolto il perdono che chiede oggi l’autorità papale, e da chi sarà accolto? Dai valdesi impiccati e bruciati perché non credevano nel Purgatorio in cui la Chiesa cattolica insegna a credere ancora oggi, oppure dallo stesso Dio in nome del quale quella auctoritas sterminava gli eretici? E come farà l’auctoritas papale a chiedere perdono per conto dei suoi grandi Santi Inquisitori, per i Papi delle Crociate nella notte di san Bartolomeo e così via, pur continuando a venerarli come Santi?

Forse, nel tripudio giubilare, l’auctoritas papale dovrà accogliere la sua propria richiesta di perdono con la solenne promessa di non accendere più roghi. Chissà che non avessero ragione i Valdesi affermando che il Purgatorio è qui in questa vita.

Articolo pubblicato sul sito GiordanoBruno.info
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1 commento:

  1. Questa è una parte della storia della umanità che ogni volta che mi ci imbatto mi lascia un senso di sgomento. Ancora oggi mi chiedo quanto sadismo, quanta arroganza ha spinto quegli uomini ad abusare di altri esseri. Loro sono i progenitori della attuale gerarchia ecclesiastica, hanno cambiato vestito ma non l'animo. Il perdono è qualcosa che devono prima dare a se stessi... Ammesso che ne conoscano il significato...

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