23 novembre 2011

Il Mito di Ulisse

colonne d'ercoledi C. Caroli

Figlio di Laerte e di Anticlea, Elena lo ritrae come uomo accorto e di sottili pensieri; il vecchio Antenore ricorda di averlo sentito parlare con straordinaria eloquenza. Nell'Iliade Ulisse è un uomo di senno e d'azione ma prima di tutto un guerriero valoroso prescelto da uomini e dei per incarichi delicati; tuttavia, essendo questo un poema corale, i personaggi sono appena abbozzati.  

Omero
Nell'Odissea, poema individuale, invece è descritto in modo molto approfondito; è visto con un altro spirito, sono accentuati lati del suo carattere che nell'Iliade non avevano rilievo. Nell'Odissea infatti Ulisse è posto come unico protagonista della vicenda, questo poema è "pieno di Ulisse anche quando egli è assente".

L'eroe possiede per se l'attenzione umana e divina, gli dei parlano di lui e Atena, dea della sapienza, delle scienze e delle arti, è al suo fianco, rappresentando dunque il corrispondente divino di Ulisse. 

Il personaggio omerico è governato da una prudente ingegnosità, da una audacia curiosa di vedere e conoscere tutto, da un atteggiamento scaltro e astuto. E' sovente definito come "bello di fama e di sventura"; come tutti gli eroi infatti è perennemente contrastato dal destino e dagli dei ed è proprio dall'affrontare i pericoli e le insidie che deriva la sua maturità e la sua saggezza.

Ulisse, che nell'Odissea fu rappresentato con le sue molte caratteristiche, astuzia, coraggio, saggezza, ha alimentato per secoli l'immaginario collettivo occidentale.

Il tema dell'uomo "errante" e navigatore, il cui sapere e la cui esperienza si arricchiscono sempre di più lungo il cammino, ha esercitato un enorme fascino sulle letterature e sugli scrittori occidentali, da Orazio, a Seneca, a Cicerone che hanno soprattutto sottolineato dell'eroe omerico il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato durante il suo lungo viaggio e ne hanno fatto simbolo della virtù intesa come profondo desiderio di conoscenza. 

Dante
Nel Medioevo Dante, collocando Ulisse nell'inferno tra i consiglieri di frode, ne evidenzia soprattutto il desiderio di conoscenza e immagina un viaggio dell'eroe che, insieme ai suoi compagni, si avventura oltre le colonne d'Ercole sulle quali, secondo i latini, era scritto: Non Plus Ultra. 

Ma Ulisse rischia e varca i limiti che impongono alla sua condizione umana di fermarsi a quanto già noto e conosciuto. La conclusione è il naufragio definitivo! Una considerazione importante da farsi è che Dante non poté conoscere Ulisse dai poemi omerici ma solo dalle opere latine di Stazio, Ovidio e Virgilio; è anche di tale mediazione che risente la condanna di Dante nei confronti dell'eroe. 

Motivo costante delle opere latine era infatti l'evidente simpatia per i Troiani (in particolare per Enea), progenitori dei Romani, e l'avversione per i Greci, perfidi e falsi, che avevano distrutto Troia. Ecco dunque perché il poeta pone Ulisse nel VIII cerchi dell'inferno e perché egli viene visto come il simbolo dell'empietà e della scelleratezza. Inoltre nel medioevo cristiano l'aggettivo 'sapiente' non implicava un giudizio necessariamente positivo ed era importante, se non indispensabile, distinguere tra 'vera' e 'vana' sapienza, cioè tra la sapienza che si rivolgeva a Dio e quella che aveva come fine le cose terrene. Se non era rivolta a Dio, non era altro che stoltezza e superbia. Di conseguenza Ulisse non si trova tra coloro che hanno seguito le giuste vie della conoscenza.

L'orazione che l'eroe fa ai suoi compagni (fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza), è considerata da Dante come un consiglio fraudolento

Tuttavia se da un lato Dante lo condanna, dall'altro non gli nega una comprensione umana (come era già successo con Francesca e Farinata); la sua infatti è una condanna sofferta perché sente quel qualcosa di grandioso nella impresa di Ulisse. Forse è per questo che il poeta fa trasparire la solennità della morte del personaggio omerico e della sua compagnia, che avviene sotto lo sguardo di Dio; ciò dona all'episodio una straordinaria religiosità e tragicità.

Età Moderna
La mitica figura di Ulisse attualizzata diventa invece simbolo del superuomo nel primo libro delle Laudi di D'Annunzio, Maia o Lode della vita, ispirato all'esperienza dannunziana in un viaggio in Grecia. Il poeta immagina di incontrare Ulisse intento alla navigazione nel mar Ionio, in sdegnosa solitudine: l'eroe omerico superiore ai compagni diventa un superuomo, simbolo della impresa eroica, della navigazione, dello sprezzo della vita e del pericolo. 

In questi versi dannunziani Ulisse è il capo, l'eroe guida degli uomini che vogliono condurre una vita al di sopra della mediocrità ("o Re degli Uomini../piloto di tutte le sirti, ove navighi?"). Ma quando i compagni interpellano Ulisse, le voci e le grida degli uomini comuni risuonano all'orecchio dell'eroe come "schiamazzo di vani / fanciulli" a cui orgogliosamente "non volse egli il capo canuto". 

Solo al poeta sarà volto uno sguardo meno sdegnoso, perché, mentre i compagni vogliono essere seguaci del Re degli Uomini, D'Annunzio vuole accompagnarsi ad Ulisse "qual suo pari", per giungere all'esaltazione del mito del superuomo e della propria volontà di potenza. 

Qui il poeta sente l'influsso della filosofia di Nietzsche il quale in Così parlò Zarathustra parla di un superuomo che, al di sopra di leggi morali e sociali, è libero di costruire il proprio destino, seguendo sollecitazioni e impulsi istintivi. 

La nascita dell'oltre-uomo nietzschiano coincide con la morte di Dio. Il superuomo avendo preso coscienza del fatto che tutti i valori tradizionali sono crollati è in grado di tornare ad essere "fedele alla terra". Poiché Dio è morto, l'unica realtà è la vita terrena, non esiste più "un mondo dietro un mondo" in cui trovare la consolazione al pensiero della morte, il superuomo è colui che dice sì alla vita con spirito dionisiaco (nichilismo completo attivo). 

L'oltre-uomo supera timori e debolezze dell'uomo comune, sostenendo la morte di Dio e accettando l'eterno ritorno dell'uguale. Egli ha in sé la forza creatrice che gli permette di operare la trasvalutazione dei valori e di sostituire ad essi la propria volontà di potenza, liberandosi del dogmatismo, del conformismo e della passività.

Il superumanismo dannunziano si esprimerà però in una visione della vita di aristocratico distacco. Il poeta fa dunque di Ulisse un modello, un mito da seguire per l'attuazione della dimensione superumana del vivere. La volontà di potenza del superuomo dannunziano non è che il rovesciamento fantastico dell'impotenza effettiva dell'intellettuale piccolo borghese in onnipotenza velleitaria. Il superuomismo dannunziano, al contrario di quello nietzschiano, non comporta la distruzione di tutti i valori codificati, ma l'abile manipolazione dei valori del popolo. D'Annunzio esasperò gli elementi antiborghesi e antidemocratici, il superuomo dannunziano ha bisogno della folla che lui "disprezza" e di quella società piccolo borghese che lui rifiuta.

Trasfigurato in versione parodistica Ulisse diventa il protagonista della poesia di Gozzano L'ipotesi. Non è più l'eroe omerico fedele a Penelope che approda con i compagni alle terre abitate da dee e maghe, ma un "deplorevole esempio d'infedeltà maritale", un play-boy che tocca le spiagge del Mediterraneo frequentate da donne di facili costumi. 

Il poeta vagheggia un'esistenza provinciale e tranquilla accanto ad una moglie semplice che, ascoltando le sue conversazioni letterarie con gli amici, chiederebbe spinta dalla curiosità "Che cosa vuol dire, che cosa faceva quel Re di Tempeste?" Allora, tra un riso confuso, (con pace di Omero e di Dante) diremo la favola ad uso della consorte ignorante. 

L'ironia e la parodia di Gozzano non mira a dissacrare il mito omerico o l'Ulisse dantesco (il poeta riprende spesso espressioni dantesche), ma sono rivolte a far crollare l'aristocratico Ulisse-superuomo di D'Annunzio: il "Re delle Tempeste" diventa un uomo qualunque, un tale dal vivere dissennato e che, spinto da una speranza chimerica, non di seguire "virtute e canoscenza" (Dante), ma di arricchirsi, cercò fortuna in America piombando "nell'inferno dove resta tutt'ora".

Joyce
L'ironia è suggerita dall'ulissismo più moderno, cioè quello che nel romanzo di Joyce riduce l'epos di Ulisse alla avventura di un solo giorno: un giorno che è la vita. 

L'Ulisse di Joyce si svolge in una sola giornata, quella del 16 giugno 1904 vissuta dai due protagonisti: Bloom è un pubblicitario ebreo irlandese, uomo assolutamente qualunque del mondo moderno; Dedalus è un giovane e inquieto intellettuale. Ruolo determinante ha poi la moglie di Bloom, Molly, mediocre cantante continuamente infedele al marito.

Il peregrinare dell'eroe omerico trova il suo corrispondente nel vagabondare per Dublino. La figura di Bloom però non ha niente a che vedere con quella dell'eroe omerico, anzi è l'anti-eroe per eccellenza (non si è distinto in guerra, non si contrappone al fato ma accetta passivamente le nuove prove e avversità, non ritorna trionfante a casa per uccidere i corteggiatori di Molly, è una persona mediocre intellettualmente e moralmente, è scarso negli affari e tende a compensarli con assurde fantasticherie): in lui tutto si riduce ad essere una semplice esperienza, una frivola curiosità. 

L'ultima parte del romanzo è concentrata sul tema della morte: l'unico modo per sfuggire ad essa è il viaggio, da compiere al di là della terra. Il tema del viaggio al di là della terra, oltre i confini dell'umano, è forte nell'ultima parte dell'opera; qui Joyce rivisita tutta la tradizione di Ulisse, da Omero fino al XIX secolo.

L'ultimo viaggio però non viene compiuto e resta solo immaginato mentre il protagonista si ricongiunge con la moglie. A conclusione del romanzo si assiste ad un lungo flash-back nel quale Molly ripercorre tutto il suo passato ed è significativo che la donna sia nata proprio a Gibilterra che coincide con i confini dell'Ulisse dantesco. L'Ulisse di Joyce rappresenta quindi l'uomo moderno che aspira al ritrovamento di quei valori di cui viene privato dallo squallore e dalla sordida meschinità della vita quotidiana e del mondo che lo circonda.

Joyce, raccontando la vicenda di un uomo qualunque in un giorno qualunque, tenta di far risaltare l'universalità dell'esperienza narrata e la associa a tutta l'umanità.

Kubrick
Ulisse non è presente solo in campo letterario ma anche in quello cinematografico con il film 2001 Odissea nello spazio, prodotto grazie alla collaborazione del regista Kubrick e lo scrittore Clarke. Il film si divide in quattro episodi:

1 - Agli albori della vita umana un gruppo di scimmie vegetariane vengono attaccate da un gruppo di scimmie carnivore e scoprono un monolito nero misterioso. Una delle scimmie trova un osso che inizia ad usare come arma.

2 - Quattro milioni di anni più tardi, nel 2001, uno scienziato americano si reca sulla luna per cercare un monolito nero che invia segnali magnetici verso Giove.

3 - Diciotto mesi più tardi la Discovery, nave spaziale con a bordo Bowman, Poole, altri tre astronauti ibernati e un computer intelligente, si dirige verso Giove. Il computer impazzisce, lascia Poole nello spazio e interrompe le funzioni vitali degli altri tre astronauti ibernati. Browman riesce a disattivare il computer.

4 - Browman continua da solo il viaggio, incontrando il monolito nei pressi di Giove. Trova infine un'apertura in esso, attraversa la Porta delle Stelle ed entra in una nuova dimensione spazio-temporale.

Clarke affermò che Kubrick aveva deciso di far morire l'equipaggio per far sì che Browman continuasse da solo il viaggio. "Mi sembra giusto, dopotutto Ulisse fu il solo superstite". Infatti il comportamento del protagonista ricorda quello dell'eroe omerico: egli sopporta con razionalità e pazienza gli imprevisti di quello che doveva essere solo un viaggio di scoperta e che lo porta a vagare nello spazio sospinto all'avventura dalla curiosità di conoscere unita al senso di esaltazione. La sua ansia di conoscenza lo sollecita a superare la Porta delle Stelle e al di là dell'infinito, negli spazi stellari, Browman sembra ricordare l'Ulisse dantesco:

Porta delle Stelle = Colonne d'Ercole.

Ma a differenza dell'Odisseo proposto da Dante, la storia di Browman non si conclude con un naufragio bensì con l'approdo ad una nuova Itaca. L'eroe infatti viene accolto da forme intelligenti extraterrestri e trasformato in pura energia, diventando così abitante degli spazi siderali.

Esoterismo
Loggia San Galgano 106

La radice del nome greco Odisseo, si può identificare con il termine odòs che significa la via, quindi la figura di Ulisse incarna colui che viaggia, che deve percorrere un cammino, colui che è messo in iter e quindi iniziato.

E altrettanto etimologicamente interessante è il nome Penelope, costruito da due termini che in greco si scrivono pènos che significa tessuto, tela e lèipo che significa sciolgo.

E sappiamo che Ulisse cerca di indirizzare il suo percorso verso Itaca: è lecito pensare che Itaca sia composta dal termine greco I, vocale che, nella lingua greca, esprime l’esperienza oggettiva del raggio di luce in posizione eretta dell’Io e il termine thèke che significa appunto teca, scrigno, contenitore.

E allora si può pensare al ritorno di Ulisse in patria come ad un percorso evolutivo che ogni essere umano compie per discendere nel proprio corpo fisico, come ad appropriarsi di un luogo di identificazione e di individualità che, al contempo, consente di separarsi dagli altri fino ad una autonoma coscienza di se stesso.

In fin dei conti Ulisse è la metafora dell’uomo alla ricerca del proprio io, nell’anelito di voler sapere da dove viene, dove sta andando e infine chi è, ma soprattutto, perché. E quindi non solo quale sarà il suo destino, ma anche quale è stata la sua origine: e la sua peregrinazione termina là dove è iniziata, dall’isola natia, poiché questa, anzi proprio questa, è la meta a cui giungere. E’ un cammino simbolico alla ricerca del significato recondito di questa avventura terrena, quasi significante una soluzione tautologica, come ha espresso in maniera magistrale T. S. Eliot nel più famoso dei suoi Quartetti:

“Noi non cesseremo mai di ricercare
E la fine di tutte le nostre ricerche
Sarà di arrivare al punto di partenza
E di scoprire quel luogo per la prima volta."

Si è detto che in Ulisse sembra percepirsi il bisogno di sublimarsi nella immortalità, quando a me, invece, sembra di essere di fronte ad un uomo con uno struggente desiderio di tornare a casa, nonostante l’offerta di Calipso; desiderio di rivedere e riabbracciare la moglie e il figlio, invece dell’eterna giovinezza e di una noiosa immortalità senza vecchiaia. Non ne vuol sapere di stare in paradiso: preferisce la terra.

E questo può essere collegato con la necessità di conoscere, di sognare, di capire, tipica dell’uomo che non si acquieta nella banalità quotidiana, ma che tende ad una maggiore consapevolezza: infatti che motivo di esistere avrebbero questi desideri in una vita eterna senza domande, dal momento che non avrebbero senso le risposte!

E così Dante ne fa l’uomo di speranza, per quanto velleitaria, di scoprire; colui, cioè, che si distingue dal bruto per la sete di conoscenza, di comprensione, il bisogno di una risposta a questo mistero cosmico che ci trascende.

E’ stato anche detto che Ulisse è paradossalmente il prototipo dell’eroe, il contrario del superuomo nietzschiano. Egli è semplicemente un uomo; un uomo che sente prepotente il bisogno delle emozioni che mancano ovviamente nell’isola Ogigia, dalla bella Calipso: un giorno uguale all’altro, un anno identico al precedente, con la certezza che il successivo lo sarà altrettanto.

Invece Ulisse desidera l’emozione di rivedere Euriclea, il pastore Eumeo, il fido Argo, il figlio Telemaco e anela al rinnovato amore per la sua sposa, per la sua altra metà del cielo.

E nel suo desiderio di conoscenza Ulisse preferisce stare sul limite, non farsi mai coinvolgere e trasportare dalla semplice curiosità, ma dal profondo desiderio di capire.

Illuminante è l’episodio delle Sirene: l'eroe percorre un sottile filo di confine, nel senso che vuole ascoltare le voci ammaliatrici ma senza correre il rischio di farsi trasportare oltre, perché sa che, se lo facesse, morirebbe e quindi non potrebbe averne la consapevolezza.
Ma se si mettesse la cera nelle orecchie, non potrebbe avere questa conoscenza. Allora si fa legare e quindi non oltrepasserà il confine e capirà: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

E’ vero che in questo comportamento si legge una contraddizione, una scissione fra una volontà che viene frenata e la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male.

Ma quello di Ulisse è un viaggio di conquista della sua umanità: si potrebbe dire che c’è una valenza di similitudine tra l’Ulisse immortale presso Calipso come, del resto, l’Ulisse che si umanizza nel suo ritorno a casa, e Pinocchio che, immortale e incorruttibile pezzo di legno, privo di sentimenti e di emozioni, conquista la sua umanità attraverso le passioni di una vita votata alla caducità.

Quindi un viaggio di purificazione attraverso un'anabasi (ascensione - n.d.r.) che eleva l’essere umano dagli stati inferiori viscerali, quasi animaleschi, al livello superiore della razionalità intellettuale, quale coronamento della conquista della anima, scintilla divina di Colui che lo ha creato.


Sintesi di due articoli pubblicati sui siti Poggio del Papa e SanGalgano106
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