26 marzo 2012

Spiritualità e Conformismo

porte-spiritualidi D. Di Bella

Vedo nell’essere umano una creatura essenzialmente spirituale.
Anche in una società materialista come questa. Dalla notte dei tempi l’uomo affida ad apposite “istituzioni”, l’esclusivo titolo di “intermediari” tra l’uomo e il sacro. Sarebbe interessante poter sapere com’è nata questa tradizione. Fatto sta che vari percorsi spirituali vengono preconfezionati e imposti ai fedeli delle varie religioni.

Gli spiriti più inquieti e acuti, quando ne hanno le scatole piene di seguire prescrizioni e azioni rituali sempre identiche, contraddizioni e incoerenze, riescono ad affrancarsi dal giochino del “premio eterno” e cominciano un viaggio travagliato alla ricerca di un significato spirituale più umano e personale. Vagano spesso tra le zone d’ombra delle varie religioni, mossi da una sempre più precisa consapevolezza della propria natura spirituale. Le varie dottrine da principio incantano, certamente, ma presto mostrano il rovescio dogmatico e spersonalizzante della medaglia; e per i ricercatori veri è tempo di rimettersi in viaggio. 

Una sorte completamente diversa viene abbracciata ogni giorno dal vasto pubblico. Per chi teme incertezze e precarietà basta non farsi troppe domande e seguire le prescrizioni degli esperti, sempre pronti a indottrinare su cosa sia spirituale e cosa no.

Un pubblico non meno vasto reagisce invece d’impeto, negando l’esistenza di Dio. Spesso gli atei sono persone molto intelligenti, che non hanno trovato uno spiraglio di verità nel soffocante clima religioso in cui erano immerse. Ma negare l’esistenza di un Dio tratteggiato in maniera grottesca, o rifiutarsi di obbedire a organizzazioni di “disperazione di massa”, non equivale per niente a negare ogni “spiritualità”. 

Purtroppo, abbiamo quotidianamente poco tempo per riflettere sul tema. Forse il trucco che da secoli, millenni, ci persuade a delegare un compito tanto importante, consiste proprio nel lasciarci poco tempo per noi e gli altri. Tutti gli altri. Chissà cosa accadrebbe se potessimo scambiarci opinioni e cercare assieme una verità, senza dover controllare l’ora. 

Devo ammettere che osservando le dispute tra i vari presunti “figli legittimi di Dio”, la mia convinzione sulla spiritualità dell’uomo spesso vacilla. Più che triste, la mia natura m’impone allora di accendermi di rabbia e indignazione. E’ incredibile! Per costoro affermare un unico Dio significa unicamente imporre la propria visione agli altri! E’ inevitabile; sono secoli che sgomitano, l’uno contro l’altro, in mezzo alle sabbie mobili. E non sono io il primo a dire che le religioni hanno sempre disseminato la terra di morti. E’ la storia che lo dice; anche quella contemporanea.

Che cosa significa, qui e ora, essere creature spirituali? Possiamo provare a rispondere a questa domanda, senza ricorrere alle parole di questo o l'altro libro, o “profeta”? 
Difficile rispondere, data la frammentazione propagata dalle istituzioni religiose e dai loro schemi preconfezionati di rapportarsi al sacro. Abbiamo approcci dogmatici alla spiritualità; e abbiamo gente che parla di “oppio dei popoli”. Abbiamo disillusi che evadono il problema cercando una realizzazione lontano dallo spirito; e gente che sembra non porsi il problema. Poi ci sono i ricercatori; i guerrieri, li chiamo io. Perdonate il termine ambiguo e abusato, ma bisogna proprio essere guerrieri, in questo mondo, per non perdere la speranza in una fede “divinamente umana”!

Per me le varie religioni, oggi, possono ancora esplicare una funzione costruttiva; ovvero quella di “portali”. Per recuperare un senso del sacro bisogna seguire dapprima linee guida e poi proseguire lungo un sentiero di spiritualità fino al loro superamento; al superamento della frammentazione. 

Grandi santi hanno abitato ogni istituzione religiosa. Ma erano santi perché appartenevano a quella ben specifica dottrina, oppure perché erano la piena espressione di una spiritualità che trascendeva ogni frammentazione e credo? Non saranno stati santi, forse, solo perché divinamente umani? Dobbiamo indagare e continuare a indagare, tutti insieme. Soprattutto, vi prego tutti insieme. Senza comunicazione non c’è verità. 

Bisogna mettere in dubbio, scremare, togliere via tutte le assurdità. Credete davvero che un Dio ci abbia creati curiosi e ribelli solo per farcene vergognare? Sarò anche un sognatore, ma credo che sia stato proprio Dio il primo ribelle della storia. Credo sapesse benissimo a cosa andava incontro creando una creatura come l’uomo. Se lo sapeva bene e ci ha creato ugualmente, vuol dire che non si è dato retta, non si è ascoltato, si è ribellato al proprio buon senso. O magari era troppo curioso per tirarsi indietro. Non credo per niente, quindi, che gli siano sgraditi ribelli e curiosi; anche se ci hanno abituati a vederla diversamente.

Torniamo alla domanda: cosa significa spiritualità? Possiamo sfiorare la questione, qui e ora, senza ricorrere a soluzioni preconfezionate, limitandoci unicamente a lasciarci ispirare? Mi viene, ad esempio, in mente, un aspetto rilevante di tutta la questione: il significato della morte.  Ho come l’impressione che l’argomento stia diventando un tabù, nel mondo che mi circonda. Un segno in più che le soluzioni preconfezionate non quietano l’animo dei sudditi. A un primo sguardo appare sensato trascurare la morte. Ma siamo poi sicuri di non poter ricavare alcun significato degno di nota per le nostre vite, dalla morte?

Le religioni, in realtà, non trattano la morte con l’attenzione che, a mio avviso, meriterebbe. Appena spunta la morte l’attenzione è prontamente spostata dal significato dell’evento in questione a una dimensione ulteriore, “ultraterrena”, vita eterna, cicli di reincarnazioni, e roba del genere. Attenzione. Non sto affermando né negando l’esistenza di qualcosa oltre la vita. Vorrei piuttosto capire se la morte possa, di per sé, donarci un significato creativo per la nostra vita, per il terreno delle nostre libere scelte. E vorrei, in caso di risposta affermativa, capire perché l’argomento è oggi evitato come la peste.

Andiamo perciò incontro al tabù. Parliamo semplicemente un pò di morte, senza esagerare e senza deprimere. Cerchiamo di non fuggire, e di preservare quella giusta misura che in ogni campo è sintomo di saggezza. A mio avviso la morte scompare sempre più dalla nostra vista di animali pubblici. Manifesti pubblicitari e programmi televisivi allontanano il pensiero di dolore e morte, incalzandoci con sorrisi rimaneggiati dai chirurghi e parrucchini assurti a simbolo di affidabilità.

«Ecco che ci risiamo!» penserà qualcuno ora. «Un’altra critica al “responsabile” operato dei mezzi di comunicazione di massa!». Ebbene sì, lo confesso! Pur non volendo per nulla generalizzare, credo che un ramo piuttosto maggioritario della informazione “conformista” sia responsabile di molte, molte cose, che non tornano più a questo mondo. Intendiamoci, sicuramente c’entrano anche contraddizioni e incoerenze religiose; quelle c’entrano sempre, nell’educazione dei popoli. Per altro, perdonate la parentesi, non ho mai compreso come mai molti tra i più mesti e spaventati di fronte alla morte siano proprio gli straconvinti sostenitori di una certa idea di vita eterna, particolarmente diffusa dalle mie parti. Non dico che abbiano torto o ragione a crederci. Ma confesso che l’idea di passare l’eternità in un medesimo posto, con la medesima identità personale, e a cantare lodi dalla mattina alla sera, per giunta, un pò me la fa temere, la morte. Se fossi del loro avviso, perlomeno, vorrei un funerale festeggiato con musica e balli, e il divieto d’ingresso ai musi lunghi e depressi. Così, tanto per dimostrare un minimo di coerenza. Mi vengono in mente gli antichi abitanti del cosiddetto “Nuovo Mondo”; la loro profonda e coerente spiritualità, il loro meraviglioso modo di vivere la sacralità del creato. Forse, possiamo lasciarci ispirare da esempi migliori di spiritualità; esempi molto più coerenti di quelli che ci circondano quotidianamente, non trovate?

Ma torniamo al problema delle responsabilità in tema di evasione dalla morte. Vi sono, dicevo, ovunque forme di spiritualità organizzate che sfociano in dogmatiche dell’ignoranza; istituzioni che da millenni trasformano “strumenti di elevazione spirituale” in “strumenti di controllo delle masse”. Sono certo che la loro responsabilità è enorme anche per quanto riguarda l’autentico senso che la morte riveste per l’uomo. 

Credo però che di altrettante responsabilità debba rispondere una certa cultura di massa, da sempre intenta a tralasciare tutto quanto, nell’uomo, non sia in qualche modo monetizzabile. Detto così può anche apparire azzardato, ma credo che chi “vive per vendere” ci guadagni, e anche molto, a convincere la gente di essere immortale. E’ l’inconscio naturalmente a recepire il messaggio. E dall’inconscio tale messaggio condiziona le scelte consapevoli. Chi ci propina surrogati di vita autentica, chi ci convince che la felicità abbia un valore economico e possa essere acquistata, e riacquistata, e riacquistata ancora, allontana dalla nostra vista morte e dolore, togliendo loro la possibilità di consigliarci, dirigerci, orientarci, verso una condotta di vita più consapevole e, soprattutto, più vigile e diffidente. 

Dovremmo forse farci guidare da morte e dolore? Se qualcuno pensa che fuggire sia di maggior aiuto, si accomodi pure. Ma credo che dal dolore e dalla morte ci sia invece molto da imparare. E credo che la consapevolezza della nostra natura “finita” sia essenziale per donare senso alle nostre scelte e dirigerci verso una vera e propria selezione tra “cose”che vorremmo assolutamente fare nella vita, e “cose” di cui possiamo tranquillamente fare a meno. 

Solo una persona convinta di poter scegliere all’infinito può passare la vita volando costantemente a bassa quota. Questa è la mia opinione. Solo chi sa di poter contare sempre su un altro giorno, può procrastinare all’infinito l’esigenza di appropriarsi di se stesso. Dolore e morte, assunti in giusta misura, aiutano a diventare semplicemente più reali. Personalmente, è proprio la consapevolezza che non ho a mia disposizione un tempo infinito a sbloccarmi nei momenti di crisi o di stallo.  

Vero è che i telegiornali sono pieni di morti ammazzati e di sciagure, ma non si tratta del giusto approccio alla questione. Non condividiamo affatto un’esperienza attraverso cifre e numeri, non ci aiuta a comprendere qualcosa su noi stessi, il sensazionalismo da gossip intorno alle tragedie. Come soldati che premono un grilletto di fronte a uno schermo che ricorda un videogioco, siamo coinvolti in un processo di disumanizzazione dell’evento della morte. Che cosa impariamo dalle morti in televisione? Paura, diffidenza. Merita, proprio, imparare paura e diffidenza? Tutte le forme di controllo si basano sull’istillazione di paura e diffidenza. Possiamo giusto imparare a essere morbosi verso la morte altrui, seguendo quest’andazzo. Possiamo fagocitare le riviste di certi parassiti dell’informazione alla ricerca della sensazione; lasciarci sedurre dall’approccio che appartiene ai commercianti di morte. Ma il giornalismo serio è un’altra cosa, lo sappiamo quasi tutti. E i giornalisti seri, che per fortuna ancora esistono, sono pochi, dalle nostre parti.

Il tema auspicabile di un patto di non belligeranza tra uomo e morte è, in realtà, terribilmente complesso. In questa sede mi accontento di fornire qualche spunto alla nostra comune riflessione. Sicuramente non ci aiuta a meditare una realtà artefatta che bandisce dolore e morte e propugna miti idioti come quello dell’eterna giovinezza. Non aiuta e non può aiutare chi in noi non vede altro che compratori. Chi può, tra questa gente, venderci la salute dello spirito? Sapete in quali casi l’uomo invecchia come il buon vino? Quando diviene sempre più se stesso, quando impara a conoscere ed esprimere la propria essenza. La propria unicità. Per taluni ogni ruga racconta una storia. Per molti, invece, un bisturi è lo strumento pietoso per occultare la propria stasi nel mondo; la propria mancanza di una storia dinamica di sviluppo. 

Ce ne vorrebbero tanti, di esempi di “unicità” in televisione. Qualcuno in realtà c’è. Altri riescono a far sentire la loro voce solo attraverso il web; la televisione li ha banditi perché erano troppo “se stessi”. Sono veramente i vip di plastica circondati da paparazzi, quelli cui vorremmo somigliare, gli esempi che vogliamo seguire? Di sicuro, sono gli esempi che ci vogliono convincere a seguire. Acquisti, acquisti, acquisti. Case, macchine, vestiti, chirurghi etc. etc... 

Dov’è lo spirito in tutto questo? Dov’è una possibilità spiraliforme di evoluzione, che non si risolva in un girotondo tra un possesso e l’altro? Ci hanno staccato la spina dalla possibilità di compartecipare realmente alla morte e al dolore degli altri, di imparare qualcosa su noi stessi, sui nostri rapporti e sul senso della nostra vita. Non s’impara affatto, restando sconnessi e soli. Si accumula ESCLUSIVAMENTE paura e diffidenza.

Mi viene in mente Martin Heidegger e la sua opera del 1927, Essere e Tempo.
Heidegger sviluppò in senso ontologico una teoria molto interessante sul ruolo della morte nella vita umana. Parlò di un “Essere-per-la-morte” come condizione imprescindibile di ognuno. L’uomo, che egli chiamava, purtroppo non scherzosamente, Esserci, vivrebbe, secondo tale visione, gettato continuamente in una condizione di angosciosa impotenza di fronte alla propria irrimediabile mortalità. Tralasciando il più, e anche il fatto che Heidegger non si è mai occupato esplicitamente di antropologia o etica (la sua, lo ripeto, era e rimane una ricerca ontologica), resta che per il filosofo l’angoscia è spia di una precarietà assoluta, dalla quale l’uomo può illudersi di accomiatarsi solo al prezzo della propria autenticità. 

Il punto che mi preme cogliere è il seguente: Heidegger dice che solo fronteggiando la nostra irrimediabile e angosciata finitezza; solamente assumendo su noi stessi la nostra “mortalità”, possiamo compiere scelte autentiche per la nostra vita. Dissento dalla sua visione per molti riguardi, primo tra tutti per la dimensione d’inautenticità cui relega l’incontro con l’alterità, l’incontro con l’altro uomo. Ma quello che, “in soldoni”, vorrei mettere in luce, è il fatto che Heidegger sostiene che dovremmo compiere ogni scelta rilevante tenendo ben presente che non potremo scegliere all’infinito. Tutto qui. Ogni scelta è a suo vedere, unica, irripetibile; se compiuta alla luce dell’angosciata consapevolezza della propria mortalità, diviene autentica. E noi cresciamo in autenticità grazie ad essa. Riflettiamoci un attimo. Se, al contrario, potessimo scegliere per sempre, e soprattutto contare su uno stesso e variegato panorama di scelte per tutta la vita, quale importanza potrebbe, in definitiva, rivestire ogni singola scelta nella vita di un uomo?

Al giorno d’oggi, al contrario, siamo stati abituati a odiare l’angoscia. La “patologizziamo”, lasciamo agli “esperti” il compito di difenderci dai suoi attacchi. Ma al di là di placebo come la “shopping terapia”, se davvero l’angoscia si rivelasse spia di qualcosa che riveste un valore capitale nelle nostre vite, non sarebbe forse il caso di recuperarne il valore creativo per avvicinare di un passo il percorso verso una liberazione dello spirito? E se angoscia e morte ci aiutassero a rispondere proprio alla domanda su cosa sia la spiritualità?

Può la morte allora, assunta naturalmente alle giuste dosi, dimostrarsi cura, e non malanno? E come somministrarsi la giusta dose di consapevolezza quotidiana? Sicuramente non chiedendo aiuto alla televisione. In televisione si mira ad annientare angoscia e morte; a trattarle come se non esistessero. Confrontandoci con le istituzioni religiose, allora? Non credo che neppure questa sia la soluzione. Non cerchiamo consolazione e non ci serve, non in questo caso, che qualcuno sposti l’attenzione sul “dopo” la morte. Non sto con questo affermando, né negando, di credere in una vita ultraterrena, o in un ciclo di vite. Dico semplicemente che non ritengo attinente al problema qualcosa che vada oltre l’ambito delle nostre scelte, oltre la nostra libertà di autodeterminarci. Dunque: non sarà che dobbiamo recuperare un senso della morte che ci conduca a scelte più consapevoli e libere?

Spunti, briciole di una ricerca da svolgere ognuno per proprio conto e tutti insieme. Niente di più. Ma riflettiamo ancora un momento, prima di salutarci. Se tenessimo perlomeno “abbastanza presente” il fatto che ogni scelta è davvero unica e irripetibile, che ogni scelta, in quanto tale, ha il potere di determinarci, e indirizzarci verso una direzione. Se riuscissimo, per qualche minuto, nell’impresa di saperci veramente “finiti”, se riuscissimo a provare una “gioia” per questa finitezza e magari un ardente desiderio di viverla appieno. Se riuscissimo, infine, a compiere questa rivoluzione interiore: pensate che permetteremmo ancora a qualcuno, in futuro, di scegliere al posto nostro? Permetteremmo ancora ai “soliti noti” di dirci cosa è spirituale e cosa no? Permetteremmo ancora loro di convincerci che quel frammento di realtà su cui, con un così possente dispiegamento di mezzi dottrinali, richiamano continuamente la nostra attenzione, esaurisca l’incolmabile senso della nostra vita? Lasceremmo ancora a qualcuno le redini e la possibilità di decretare cosa deve essere importante, e cosa no, per noi?
  
Un abbraccio controcorrente
David Di Bella

Articolo pubblicato sul sito Un Filosofo Controcorrente
Link diretto:
http://unfilosofocontrocorrente.blogspot.it/2011/01/spiritualita-e-conformismo.html


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Noi e la Morte


12 commenti:

  1. Vero ! Si vive l'oggi pensando all' eterno domani ! Grazie

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  2. ciao signorina aqua ... lieto che questo magnifico post dell'amico david ti abbia ispirata :) bacio

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  3. Bel post. Condivido molti punti, altri sono fonte di riflessione. A me interessa l'esperienza perché solo attraverso l'esperienza si fa propria la conoscenza. Ogni maestro, filosofo, sciamano ci parla attraverso ciò che è stato esperito ma per noi è solo filosofia. Entrare in contatto con se stessi, spegnere i riflettori sul passato ed accenderli sul momento presente rende tutto nuovo, fresco e lo Spirito si può manifestare....

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  4. L'errore fondamentale creato dalle religioni e' quello di indurre a pensare lo "spirito" come qualcosa di "altro", di separato, qualcosa che debbe mostrarsi o manifestarsi in qualche modo a noi o fuori di noi. Invece Esso e' ciò che fa già esperienza, attraverso questo corpo, della manifestazione ed ogni cosa e' sua emanazione. Dunque e' ovunque e in nessun luogo... :-)
    La ricerca dello spirito, più che il collezionare nuove esperienze, e' la reminiscenza, il ricordarsi di ciò che siamo realmente. La morte, essendo il dissolvimento dei corpi (non solo quello fisico), e' un continuo stimolo a disidentificarci dai veicoli "mortali" e ricordarci di "noi".

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  5. "la domanda: cosa significa spiritualità?"
    vista dal lato opposto è: "che cos'è la materia?"
    Ele

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  6. non potevo mancare in questo post "folgorante" scusate il ritardo ma l'"insight" (per dirlo alla krishnamurti) mi è arrivato adesso. Viator ricorderà quando scrissi in uno dei miei commenti "death-friend". Questo sito è molto "attuale" xchè c'è gente "viva" che si esprime e che commenta, grazie a tutti me compreso
    membro ASCIA - legalizziamolacanapa.org - Peter Charles

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  7. @ peter ... il livello quantitativo e soprattutto qualitativo dei commenti è migliorato molto ultimamente, grazie a commentatori come te e marcello. un caro saluto

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  8. lusingato... vedrai che continuerà a migliorare se continuiamo con intelligenza a collaborare piuttosto che competere stupidamente, come da filosofia di ANTICORPI infatti. Purtroppo per adesso ho poco tempo anch'io ma spero di potermi rendere utile al più presto saluti PetCha

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  9. @ . . Viator grazie a te. Onorato di partecipare. Marcello.

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  10. PARTE 1 DI 2
    I migliori complimenti sig. David per questo post complesso e profondamente riflessivo che necessita, anche a costo di incomprensioni, di interazioni tra le nostre “vedute” sugli argomenti trattati.

    Premetto di convergere appieno con la quasi totalità delle sfaccettature emotive esposte nell’articolo, tuttavia mi sento di dover relazionarmi su alcuni punti, spero di non urtare alcuno con le mie disquisizioni del tutto personali, anche se a volte scontate, che potrebbero destare diffidenza, d’altronde non stiamo certo parlando di caramelle.

    “vi prego tutti insieme. Senza comunicazione non c’è verità”.
    Concordo. La comunicazione è anche vita, permette di evolverci poiché tramite lo scambio di idee si amplificano i ragionamenti e soprattutto la consapevolezza, la sua mancanza determina un deperimento psico-fisico.

    “ vuol dire che non si è dato retta, non si è ascoltato, si è ribellato al proprio buon senso”
    scrissi: “dubitare, riflettere e amare questo fa di noi fautori del tutto, purché si cominci dal sé”, evidentemente Dio lo ha fatto, ha cominciato da se stesso, se non dubitiamo di noi stessi non possiamo attuare dei cambiamenti.


    “la morte possa, di per sé, donarci un significato creativo per la nostra vita, per il terreno delle nostre libere scelte.”
    Mi sono chiesto spesso cos’è la morte e soprattutto a cosa serviva, la maturità mi ha portato a desumere che essendo essa un evento della natura non c’era motivo che destasse tutta questa paura o terrore. Questa paura però è stata inculcata dalla società ed è funzionale per l’establishment per esercitare il potere e quanto è più radicata tanto sarà più semplice “indurci”.
    Credo che come per il bruco che si trasforma in farfalla la morte della nostra essenza corporale coincide con l’inizio di una nuova avventura fatta forse di sensazioni, non più di pensieri e poi c’è il ritorno (reincarnazione) in una nuova forma di vita che beneficerà delle nostre credenze, ma solo di quelle profonde poiché ritengo che il contenuto della mente conscia, come per la RAM del pc, si cancelli ad ogni riavvio.
    Ritengo che le nostre azioni determineranno quelle delle nostre esistenze future, un bruco ottimista diventerà senza dubbio una farfalla combattiva, non incline alla sottomissione, con la gioia di vivere e di scoprire.
    Quindi la morte per poter dare valore alla vita deve essere compresa e ognuno la percepisce come vuole, spero non come vogliono che sia percepita, certo che sarebbe opportuno vederla in maniera tale da poter giovare a questa esperienza materiale.

    “perché l’argomento è oggi evitato come la peste.”
    Ogni cosa che è sconosciuta d’istinto viene vista con diffidenza a maggior ragione se l’argomento è di tale entità epocale, è un sistema biologico di difesa.
    Per la morte la questione è più complessa perché ci viene inculcata la paura del suo venire, inoltre viene percepita angosciosamente perché appare come un flagello imposto a forza a noi poveri esserini inermi, tuttavia qualsiasi cosa può essere vista in tal senso se viene imposta e tra l’altro non capita.
    Se la morte venisse insegnata come un normale evento naturale che ha le sue finalità, anche se non palesi alle nostre menti limitate, ritengo che tutto cambierebbe.
    I saggi delle tribù indigene/antiche non hanno certo paura di morire e nessuno dei più giovani ne ha perché? Cosa sanno che noi non sappiamo? Cos’è per loro la morte?)

    “passare l’eternità in un medesimo posto, con la medesima identità personale, e a cantare lodi dalla mattina alla sera, per giunta, un pò me la fa temere, la morte “
    Io non credo a certe dicerie/profezie, molte altre “vite” ci attendono, il nostro essere è creatore di opportunità evolverà unitamente al tutto, quindi non me ne preoccupo. Poi se anche fosse qual è il problema? Sarà un’altra sfida da affrontare e superare per non soccombere, non avremo vissuto da coraggiosi per scoraggiarci proprio a quel punto, poi se funziona come quaggiù pian piano cercheremo di cambiare le cose. Ho motivo di credere che con tali convinzioni ci cacceranno anche da lì.
    Marcello.

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  11. PARTE 2 DI 2

    “credo che dal dolore e dalla morte ci sia invece molto da imparare”
    Concordo dolore e morte hanno le loro specifiche funzioni/utilità quindi hanno da insegnarci qualcosa: a vivere.
    Riguardo al dolore una volta scrissi : “Senza la sofferenza non si cresce, non si migliora, non si scopre e non si assapora la vita”, mi riferivo però alle sofferenze della vita determinate da decisioni errate, tuttavia senza tali scelte non saremmo diventati ciò che siamo. Chi si sente avvilito dal risultato delle sue scelte di vita, cosa che è capitata un po’ a tutti, potrebbe valutare il fatto che: siamo diventati quello che avremmo voluto essere se non fossimo stati ciò che siamo, bisogna rendersene conto per apprezzare l’incredibilità dell’”essere”, per godere dell’istante presente che contiene tutto il tempo (passato=esperienze e futuro=aspirazioni – non aspettative).

    Riguardo alla morte invece come scrissi più di una volta che il dolore fisico ha la funzione di rallentare l’attività del corpo per un ripristino energetico, nella stessa ottica la morte fisica potrebbe essere un meccanismo biologico per il ripristino dell’anima.

    “Paura, diffidenza. Merita, proprio, imparare paura e diffidenza? Tutte le forme di controllo si basano sull’istillazione di paura e diffidenza.”
    Il sentimento di paura/angoscia e diffidenza (xenofobia) che viene determinato dalla visione continuativa di atroci morti e soprusi di ogni sorta ha il solo scopo di tendere al massimo la percezione di fragilità del nostro essere, per i soliti scopi, mentre invece non deve andare così, conoscendo il fine dei nostri formatori appare opportuno moderare i sentimenti, anche a rischio di desensibilizzarci, per continuare una vita nella serenità/gioia; tuttavia la questione non è così semplice sarà opportuno approfondire la conoscenza degli eventi e discernere cosa “empatizzare” e cosa no altrimenti diventeremmo degli automi rimbambiti.

    “Il tema auspicabile di un patto di non belligeranza tra uomo e morte è, in realtà, terribilmente complesso”.
    Perché una cosa naturale deve essere vista come complessa? Forse siamo noi uomini a cercare l’impossibile nel possibile, il cattivo nel buono, il complesso nel semplice.
    La mancanza di inconfutabili verità sulla morte è alla base dell’inquietudine dell’uomo nei suoi confronti.
    Si ha paura di morire forse solo perché si ha paura di non poter più sperimentare questa esistenza?
    In tal caso anch’io ho paura, mi dispiacerebbe terminare questa bellissima ricerca del sé.

    “Ogni scelta è a suo vedere, unica, irripetibile; - Riflettiamoci un attimo. Se, al contrario, potessimo scegliere per sempre, e soprattutto contare su uno stesso e variegato panorama di scelte per tutta la vita, quale importanza potrebbe, in definitiva, rivestire ogni singola scelta nella vita di un uomo?”
    Personalmente ritengo che le scelte passate non siano irripetibili nel senso di irreparabili, possono essere riviste, siamo esseri creatori di opportunità, di emozioni, di futuri se si è imboccata una strada/scelta sbagliata c’è la possibilità di invertire la marcia o deviare per raggiungere lo scopo desiderato, cosa tutt’altro che facile, ma possibile.
    Avere un stesso ma variegato quantitativo di scelte appare limitante per alcune menti/coscienze.
    Poter scegliere per sempre in relazione ad un determinato evento non offrirebbe possibilità di sbaglio e quindi di crescita e inoltre si andrebbe a rivivere quelle esperienze, anche se sotto una luce diversa, più e più volte per rendersi conto che la scelta più appagante è stata la prima, quella sbagliata e che ci ha causato del dolore, ma ha accresciuto il nostro “essere”.

    Cerco di chiudere. Quando morirò non vorrò pianti, non ritengo giusto che si diffonda del dolore per una naturale fase della mia “essenza”; la mia anima starà dormendo, si risveglierà rinvigorita in una nuova “forma”.
    Anche la morte alla fine è una nostra percezione, se il bruco sapesse che sta per diventare una splendida farfalla andrebbe sorridendo incontro ad essa.

    Un felice presente per sempre a tutti. Marcello

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  12. Meraviglioso, ho i brividi a pensare che hai scritto parte 1/2, ed il livello di Telepatia riscontrato in questa prima parte è circa 90%. Le coincidenze nella vita degli Uomini "Trasparenti" (esagero... ...tanto di cosa devo aver paura della morte? ...eh eh) non sono più tanto coincidenze. Perchè credi che l'icona nei commenti di viator sia una farfalla? membro ASCIA - legalizziamolacanapa.org - PetCha

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