24 aprile 2013

Per un 25 Aprile Antiretorico


riflessioni a margine sulla resistenza

M.Gigli, E. Monicelli, M. Seligardi 

“Il loro interesse per la Resistenza era difficile da valutare. Dice Berto che quando arrivò su da noi, io che ero a riceverli, dopo le prime accoglienze, gli domandai severamente: <Perché sei qua , tu?> e lui, preso alla sprovvista, non sapendo cosa altro dirmi, sperando di farmi piacere, disse: <Per la bandiera della Patria>. Sfortunatamente io avevo la luna, e gli dissi ancora più severamente: <E cosa te ne importa a te della bandiera della Patria? (ma non dissi te ne importa). Berto aggiornandosi immediatamente, disse: <Non me ne importa un fico secco>; e io gli dissi con estrema severità: <Perché?>. Qui Berto smise di rispondere, e pensava: “Si vede che questa è la banda dei perché”. 
(L. Meneghello, I Piccoli Maestri)

E se domandassimo a ciascuna delle migliaia di persone che ogni anno salgono a Monte Sole il 25 aprile, dove nell'autunno del 1944 sono state uccise 800 persone, in gran prevalenza civili, dall'esercito nazifascista, <Perché sei qua?>: quali risposte otterremmo? Di sicuro molteplici e variegate e certamente ricorrerebbero alcune parole quali democrazia, costituzione, libertà, memoria, resistenza, valori e pace. Se accogliendo il metodo, non paghi della prima immediata associazione di idee dei nostri interlocutori rincarassimo la dose con un altro <Perché?>, molto probabilmente otterremmo lo stesso effetto sortito dal partigiano Meneghello sul malcapitato Berto: un silenzio sconcertato oppure un fastidio, una predica, una lezione imparata a memoria, uno sguardo pleonastico. 

Che significa la parola democrazia? Che significano le parole libertà, resistenza e pace? Quale il senso della memoria? Perché la Costituzione?

Si ha l'impressione che ogni anno il 25 aprile a Monte Sole, come altrove, si celebri una liturgia con le sue formule e i suoi dogmi di fede impastati di una goffa retorica, che vada in onda uno spettacolo con le sue “star”, i suoi maestri di cerimonia e le sue folle plaudenti. I fedeli, gli spettatori o gli avventori si aggirano famelici di valori, di memoria e di identità, bisognosi di un collante che restituisca loro un “noi” smarrito. Non c'è alcun “noi” nella massa inginocchiata davanti ai capipopolo di turno, implorante parole di conforto, conferma, auto-assoluzione o vago inneggiamento alla resistenza. Ci sono soltanto migliaia di solitudini in cerca di illusioni, di svago, di certezze e di conforto. La resistenza sta di certo altrove perché non può stare là dove ci sono comizi, palchi e slogan.

Certo il bisogno di un'identità collettiva è forte e urgente ma essa non può costruirsi in maniera assertiva e frontale, necessita di un tempo e di uno spazio circolari che dovrebbero essere quelli del dialogo, della discussione, della simmetria.

Forse è inutile continuare a fare appello a una Costituzione di fatto stracciata da tempo e quotidianamente. Viviamo in uno stato di eccezione permanente giustificato ogni volta dalle singole emergenze del momento: l'immigrazione, il terremoto, la cosiddetta crisi economica, il debito pubblico ecc. In nome della Costituzione si prendono provvedimenti palesemente in contrasto con i diritti e le libertà da essa sancite.


Forse è inutile appellarsi alla parola “pace” quando questa parola è stata totalmente privata di senso e utilizzata per portare la morte su larga scala per interessi prettamente economici e geopolitici, con il consenso generale delle nostre istituzioni “democratiche”, nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Somalia e in Libia.

Quale democrazia si vorrebbe difendere il 25 aprile? Quella dei cosiddetti Centri di Identificazione ed Espulsione dove per 18 mesi persone che non hanno commesso alcuna violenza a cose o persone possono essere private della loro libertà? Quella che lascia colpevolmente morire nel canale di Sicilia o nel deserto libico o altrove migliaia di migranti con le sue politiche migratorie? Che per tutelare gli interessi delle banche e del capitalismo finanziario continua a impoverirci culturalmente, ancora prima che economicamente, privando il nostro pensiero, attraverso i dogmi della crescita e dello sviluppo, di un'alternativa reale di vita?

Di quale libertà stiamo parlando? Della libertà di essere ciò che vogliamo o della libertà di poter consumare ciò che vogliamo? Della libertà di proteggere quella nostra grande “casa” che è l'ambiente o della libertà di distruggerlo in nome di una impossibile crescita infinita? Della libertà di essere liberi o della libertà di essere sicuri?

Che senso ha ricordare la guerra civile italiana, la resistenza, la lotta partigiana, i fatti di Monte Sole? Quello di aver svolto, un paio di volte all'anno, il nostro dovere civico di memoria? Quello di aver recitato la litania del “mai più”? Quello di esserci risciacquati la coscienza con una dose di antifascismo preconfezionato?

Il 25 aprile nessuno può permettersi di dispensare alcun vaccino o certificato di antifascismo per il semplice fatto che non esiste vaccino. Il fascismo non è una malattia, non è un “morbo” come ancora si cerca di far intendere da più parti, non è “il male assoluto” chiuso nel cassetto di un altrove indicibile e incomprensibile, qualcosa di lontano nello spazio e nel tempo, ma un carattere intrinseco dei comportamenti umani, e non esiste cura. Esiste soltanto un'ipervigilanza continua rivolta verso noi stessi, verso le nostre parole e le nostre azioni. 

Il partigiano cattolico Giuseppe Dossetti, ricordato per la retorica sul patriottismo costituzionale, desiderava inserire nella Costituzione un articolo dal carattere intrinsecamente sovversivo. Esso non venne mai inserito e avrebbe dovuto fungere da contraltare allo strapotere e alla naturale deriva totalitaria dello Stato nei confronti dei cittadini: “La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino.”


Questo articolo mancante della Costituzione sarebbe forse stato il più importante e certamente il più vicino alla scelta di chi, dopo l'otto settembre del '43, si rivoltò contro il potere. Siamo solo fucking bandits, fottuti banditi, risponde il partigiano Meneghello a un ufficiale inglese alle porte di Padova e in un altro passaggio del suo racconto scrive:
"Si doveva proclamare l'insurrezione subito. Non la resistenza, ma l'insurrezione: il fondo della situazione, la sua carica esplosiva era politica, non convenzionalmente militare; bisognava impostare subito una guerra politica e popolare, non una guerra generale e attesistica; agire, non prepararsi."
Che significa allora resistere oggi? Resistere a cosa? 
Che significa agire? Certamente non significa bearsi su un prato delle belle ma vaghe parole di un qualsiasi leader carismatico o icona pop che si premura un po' troppo di dire ciò che vogliamo sentirci dire.

Forse il 25 aprile, soprattutto di questi tempi, potrebbe essere occasione, tutt'altro che tranquillizzante, di profonda messa in discussione delle nostre scelte di vita ed eventualmente luogo di ricerca, attraverso spazi di dibattito tra le persone, delle possibili resistenze concrete alle attuali forme di oppressione. Se così non sarà il 25 aprile si trasformerà sempre più soltanto in una bella festa di primavera oppure in una parata intrisa di nazionalismo della bandiera e delle istituzioni a cui purtroppo già il 2 giugno è stato ridotto.

Con Meneghello a noi piace intendere la parola “resistenza” nell'accezione di insurrezione o come diceva Carlo Venturi, un tutt'altro che retorico partigiano della Stella Rossa, brigata che combatteva attorno a Monte Sole, di ribellione a qualcosa che ci sembra ingiusto. E il metodo di questa ribellione non è dettaglio ma sostanza e non può che essere quello del confronto e del dibattito che chiama in causa la coscienza di ciascuno di noi nelle sue singole scelte quotidiane.

Provocatoriamente si potrebbe dire che l'articolo mancante proposto da Dossetti in Assemblea Costituente sia l'unico che ancora vale la pena essere ricordato in questa occasione. Gli uomini e le donne che nel 1943-44 iniziarono a farsi chiamare ribelli non potevano conoscerlo, ma è in base a questo principio che si sono rivoltati: fu loro diritto e dovere ribellarsi ad un potere che si diceva legittimo, che aveva violato e continuava a violare la loro libertà. 

Ma è forse un bene che tale articolo non sia stato inserito nella Costituzione: questo suo mancato inserimento ci ricorda che spetta a ciascuno di noi capire quando e perché i nostri diritti e le nostre libertà sono o saranno violati e che non c'è e non ci sarà nessun potere e nessun suo sacerdote ad annunciarcelo.

La memoria dei fatti di Monte Sole non può essere dovere, celebrazione o trasmissione di valori ma piuttosto faticoso e spesso frustrante pensiero quotidiano di decostruzione dei valori, del linguaggio e dell'agire. Non può in nessun caso essere ridotto ad evento spettacolare, liturgia o rito identitario ma pensiamo possa essere spazio e tempo di riflessione per indagare, in ciascuno di noi, le variegate forme con cui si manifestano il potere e la violenza.

Come 'piccoli studenti' dell'anti-retorica, in occasione dei prossimi 25 aprile dovremmo cercare sempre più, con il partigiano Meneghello, di “esprimere un modo di vedere la resistenza assai diverso da quello divulgato, e cioè in chiave anti-retorica e anti-eroica. - Siamo convinti -  che solo così si può rendere piena giustizia agli aspetti più originali e più interessanti di ciò che è accaduto in quegli anni.”. 

Articolo di Marzia Gigli, Elena Monicelli, Mattia Seligardi
lavoratori/trici della Scuola di pace di Monte Sole  

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