25 marzo 2014

Non-Lavoro e Rivoluzione

65 Anni Schiavodi C. Benatti

Il non-lavoro è un modo di fare la rivoluzione? No, di viverla

Stralci da un’intervista di Claudia Benatti a Philippe Godard, saggista francesce, autore di Contro il Lavoro (ediz. Elèuthera), pubblicata dall’ultimo numero del mensile Terra Nuova.

Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioa del saper fare tante attività diverse, e di farle non perché dobbiamo, ma perché ci sembra giusto e necessario (…). La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente al lavoro inteso come produzione di beni destinati a mercati anonimi e sconosciuti, destinati cioè ad alimentare l’economia monetaria.

È stato con l’avvento degli Stati moderni e del capitalismo che gli esseri umani sono stati trasformati nella materia prima destinata a una macchina che trasforma il lavoro in denaro.

L’esaltazione del lavoro presenta per chi ha il potere l’enorme vantaggio ideologico di riunire sotto lo stesso vessillo sfruttatori e sfruttati. Si finisce così per considerare il lavoro come un valore; ma se così è, allora significa che questa società considera anche il processo di produzione-consumo un valore fondamentale, prospettiva di per sé agghiacciante. Peraltro è un giochino che permette di schiacciare le libertà, che si riducono solo a quelle necessarie al valore del lavoro: poter produrre e consumare liberamente. Il lavoro, dunque, è divenuto un modello di società all’interno della quale non ci resta che il consumo.

Il sindacalismo per i diritti del lavoratori? Non libera dal lavoro, vuole semplicemente sostituire il lavoro per i padroni con lavoro collettivo per la comunità in senso astratto.
Tutti, nessuno escluso, negano la possibilità di una cooperazione umana, spontanea e pacifica; il sistema capitalista si adopera per renderla sempre meno realizzabile (…).

Capitalisti, comunisti, persino anarchici, ci hanno sempre raccontato che la tecnica a seconda della direzione che le sarebbe stata data avrebbe potuto essere messa al servizio dell’emancipazione anziché dell’oppressione.

Illusi sono anche i moderni ecologisti soft, che sperano e credono che la tecnologia, sinonimo di miracolosa efficacia, di massima produttività e minimo consumo, possa salvarci dal mondo abbrutito, abbrutente e inquinato. Eppure la storia ci ha insegnato che i balzi tecnologici sono sempre accompagnati da un aumento dellla pressione sugli essere umani, una maggiore limitazione delle loro libertà, un’accentuazione del dominio e della repressione contro chiunque contesti questi meccanismi. (…) Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.

Quelli che noi consideriamo «selvaggi», dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre i quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, ma nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.

Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione. Di fronte a un input tanto drastico, molti si spaventano. Invece no, non ci si deve spaventare. (…) Possiamo inventarci un’esistenza diversa, dalla quale bandire il lavoro. Il non-agire è tutto il contrario del non-intervento. Non è un ritirarsi dal mondo, bensì una critica verso qualsiasi azione contro l’ambiente. Non è un modo di fare la rivoluzione, ma di viverla.

Articolo pubblicato sul sito Comune.info
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Il Senso non Comune della Vita
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Discorso sulla Decrescita + CD Audio

4 commenti:

  1. Credo che eliminato questo concetto del lavoro (questa stupida convinzione collettiva eterodiretta, meccanicista-razionalista) ci potremmo salvare da tutto il resto che il "sistema" crea e "caga" giorno x giorno. Perchè è QUESTO concetto del lavoro che è stato messo al centro del sistema: ne è il motore. Ma di sicuro ciò comporterebbe un necessario ritorno alla terra e un auspicabile nuovo accordo collettivo informale, in cui precisare, quanto meno, che il lavoro, come sin qui espresso sarebbe vietato!.. Ma la cosa la vedo complicata, in un mondo in cui l'efficienza ed il reddito procapite sono ancora sull'altare di troppe persone che non accetterebbero facilmente un altro modo di prendere la vita. Quello che diceva Coltello Nero circa la mentalità razionalista era proprio questo, una follia soggiacente collettiva, di cui non si vuole prendere atto
    http://www.anticorpi.info/2011/08/le-parole-di-coltello-nero-d-de-
    lillo.html
    Grazie

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  2. Ok, belle parole, delle quali posso condividere fino all'ultima virgola.
    Ed in effetti così è.
    La penso allo stesso modo del redattore dell'articolo così come di altri pensatori che si sono pronunciati sull'argomento.
    La realtà però è ben diversa e molto meno facile da affrontare.
    Cosa devo fare io? Non io individuo, essere astratto ed impersonale.
    Io IO!
    Domani per protesta mi licenzio, decido di mollare tutto (non sapete la voglia che ho di farlo).
    Come pago la casa in cui sto? O come la metto con la proprietà che andrò ad occupare abusivamente, o l'albero di proprietà del contadino sotto il quale vivrò?
    Come mi pago le medicine di cui posso avere bisogno (ma anche le cure alternative alle quali spesso mi rivolgo)?
    Vado a zappare la terra, ok, esattamente come facevano i miei nonni. Con che soldi guadagnati come mi compro la terra da zappare, le sementi, gli animali e tutto ciò che ci sta di contorno? O faccio leggere a qualcuno questi articoli sperando che, in un impeto di buon cuore, mi ceda tutto?
    Come pago le tasse che comunque graverebbero su di me?
    L'unica soluzione lucida che vedo è fare il barbone in stazione, buttato per terra e dormendo sotto un cartone. Ma è davvero questa la vita che ci da appagamento, crescita personale e benessere, che ci rende individui più completi? E soprattutto, quanti risponderebbero di sì, sono barboni essi stessi, hanno provato sulla loro pelle questa strada e non si sono limitati a sentirne parlare dal barbone che incrociano tutte le sere uscendo dall'ufficio e che gli assicura di essere felice? Per inciso, tanto di cappello e rispetto a codesti individui, i barboni felici e realizzati, se esistono, ma penso che certe realtà siano ben diverse dalla realizzazione che si auspica in questo ed in articoli simili.
    Certi articoli, in fin dei conti, mi mettono rabbia, perché sono pieni di belle parole, tutt'altro che applicabili, poiché non danno una soluzione attuabile e concreta per l'individuo concreto.
    E' facile dire "molla tutto", quando poi non si da un piano concreto alternativo, soprattutto provato sulla propria pelle e applicabile.
    Leggo il blog di un individuo che afferma di avere realizzato certe cose, si è trasferito in Canada ed ha fondato la propria comunità utopistica. Ok, bello, con un esborso iniziale di 300/400 mila euro!
    Io non li ho, l'individuo normale, l'uomo medio, che fatica ad arrivare a fine mese, che non sa dove sarà l'anno prossimo, non può riempire la valigia di cartone con i suoi 400 mila euro e trasferirsi in Canada.

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  3. Concordo: bisogna costruire una società che non sia fondata sul lavoro. Al momento per il singolo individuo non è possibile affrancarsi dal lavoro se non è in grado di vivere al di fuori della società. Questa capacità che parecchi decenni fa molte persone avevano, ormai la abbiamo persa del tutto e quindi siamo costretti ad essere schiavi. I Sami considerano gli uomini del sud (quelli delle città) come dei bambini, non veri uomini, perchè non sono in grado di sopravvivere fuori dalla società e sono costretti a vivere sempre sotto la sua protezione e guida come fosse una madre da cui non sanno allontanarsi.

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  4. @Embraze & Sentieroindiano consiglio a tal proposito l'articolo linkato da Anticorpi
    http://www.oltrelacoltre.com/?p=17943
    Favolosa spiegazione e critica della ridicola "cultura del lavoro" - articolo che apre la strada anche a parecchi suggerimenti alternativi.

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