15 maggio 2014

Anatomia dell'Irrequietezza - B. Chatwin

oltre i confiniIntro - Frankpro

Qui mi sa che occorre riprendere seriamente in considerazione un punto elementare, evidenziato più volte dai neuroscienziati, al fine di mantenerci giovani e vitali, con un cervello sempre in forma. Sto parlando del “cambiamento”! O cambiare, se invece preferite il verbo.

Farlo – cambiare - in tutte le sue forme, ci fornirebbe la possibilità (che chiaramente i media dell'establisment ben si guardano dallo spiegare, presi come sono dal reiterare contenuti smorti ai loro utenti) di costruirci dei nuovi, simpatici 'ponti neuronali', cioè nuove vie mentali che ci potrebbero condurre su nuove strade, punti vista e scoperte.

In altre parole: cambiare strada al mattino, cambiar mano con cui mangiare la frittata, mettersi un vestito che non avremmo mai messo, oppure decidere di impersonare per un'ora un nostro amico, in realtà avrebbe il pregio (provare per credere) di farci uscire almeno per un po' dalle perniciose abitudini dell'automatismo del corpo e del cervello. Abitudini utili certamente nell'economia del quotidiano dispendio energetico della vita e del lavoro, un po' meno però per il nostro sviluppo personale.

E qual'è però l'apice, l'esaltazione del verbo cambiare?
Acqua.. fuochino.. va beh, ve lo dico lo stesso: viaggiare!

Viaggiare infatti ci costringe a rivedere tutto, cambiare tutto, ragion per cui i nuovi ponti neuronali verrebbero un po' da soli, la mente si aprirebbe e l'orizzonte ... beh, quello si allarga da se!
Forse è così perchè, come afferma Bruce Chatwin, non abbiamo ancora messo a fuoco che stiamo stupidamente continuando a fare gli “stanziali” (1), seppure invece saremmo nati tutti nomadi?

“L'insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell'oceano del tempo evolutivo.”

Ad ogni modo questo articolo vuole essere si un invito per tutti a cambiare, nel senso più umano e naturale del termine, come già detto alla luce delle scoperte positive delle neurologia, ma anche un invito a farlo tramite la grande occasione che ci offre il viaggio, un'occasione per ritornare per un po' in contatto con la nostra più vera natura, che la civiltà ha saputo così ben travolgere, in nome di una finta sicurezza, ma che in fondo ci basta ancora poco per riconquistare.

Buona lettura e felice cambiamento a tutti!

di B. Chatwin

In uno dei suoi momenti cupi, Pascal dice che tutta l'infelicità dell'uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. «Notre nature» egli scrive «est dans le mouvement ... La seule chose qui nous console de nos misères est le divertissement.» Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo. 

Senza cambiamento, corpo e cervello marcisconoL'uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, essere tormentato da allucinazioni e introspezione.

Neurologi americani hanno fatto l'encefalografia a non pochi viaggiatori. È' risultato che cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell'anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale.
Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente. Nessuna meraviglia - dunque - se una generazione protetta dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all'aria condizionata, trasportata su veicoli asettici da un'identica casa o albergo a un altro, sente il bisogno di viaggi mentali o fisici, di pillole stimolanti o sedative, o dei viaggi catartici del sesso, della musica e della danza.

Passiamo troppo tempo in stanze chiuse. 
Io preferisco lo scetticismo cosmopolita di Montaigne. Per lui il viaggio era «un utile esercizio; la mente è stimolata di continuo dall'osservazione di cose nuove e ignote... Nessuna proposizione mi stupisce, nessuna credenza mi offende, per quanto contraria alle mie. I selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei loro morti mi scandalizzano meno di coloro che perseguitano i vivi. L'abitudine e la fissità degli atteggiamenti mentali ottundono i sensi e celano la vera natura delle cose. L'uomo è naturalmente curioso

«Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini» dice Ibn Battuta, l'infaticabile girovago arabo che andò da Tangeri alla Cina e ritornò per il gusto di viaggiare. Ma il viaggio non soltanto allarga la mente: le da forma. Le nostre prime esplorazioni sono la materia prima della nostra intelligenza, e nel giorno in cui scrivo queste righe leggo che secondo la NSPCC i bambini che crescono confinati in certi casermoni rischiano di avere uno sviluppo mentale ritardato. Perché nessuno ci ha pensato prima?

I bambini hanno bisogno di sentieri da esplorare, di orientarsi sulla terra in cui vivono, come un navigatore si orienta in base a noti punti di riferimento. Se scaviamo nelle memorie dell'infanzia ricordiamo dapprima i sentieri, poi cose e persone - sentieri nel giardino, la strada per la scuola, la strada intorno a casa, corridoi attraverso le felci o l'erba alta. Rintracciare i sentieri degli animali era il primo e principale elemento nella educazione dell'uomo primitivo.

La materia prima dell'immaginazione di Proust furono le due passeggiate intorno alla cittadina di Illìers, dove egli trascorreva le vacanze con la famiglia. Queste passeggiate diventarono poi la strada di Méséglise e la strada dei Guermantes nella Recherche du temps perdu. Il sentiero di biancospino che portava al giardino di suo zio diventò un simbolo della sua innocenza perduta. «Fu su questo viottolo» egli scrive «che notai per la prima volta l'ombra rotonda proiettata dai meli sul terreno assolato»; e più tardi, imbottito di caffeina e di veronal, si trascinava dalla sua stanza con le imposte serrate in rare escursioni in taxi a vedere i meli in fiore, tenendo i finestrini ben chiusi per non essere sopraffatto dal loro profumo. 

L'evoluzione ci ha voluto viaggiatori. Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stata tutt' al più una condizione sporadica nella storia dell'uomo. L'insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell'oceano del tempo evolutivo. Siamo viaggiatori dalla nascita. La nostra mania ossessiva del progresso tecnologico è una reazione alle barriere frapposte al nostro progresso geografico.

I pochi popoli primitivi degli angoli dimenticati della Terra comprendono meglio di noi questa semplice realtà della nostra natura. Sono in perpetuo movimento. I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari non piangono mai e sono tra i bimbi più contenti del mondo. E diventano anche, crescendo, persone mitissime. Sono felici della loro sorte, che considerano ideale, e chi parla di «un micidiale istinto di caccia innato nell'uomo» dimostra una stolida ignoranza.

Perché crescono così bene? Perché non sono frustrati da un'infanzia tormentosa. Le madri non stanno mai ferme a lungo, e i loro bimbi non sono mai lasciati soli fino all'età di tre anni e più. Stanno vicino al seno della madre in una fascia di pelle, e il lieve ondeggiare della camminata li culla e li con-tenta. Quando una madre culla il suo bambino, essa imita, inconsapevolmente, la buona selvaggia che cammina adagio per la savana erbosa, proteggendo il suo piccolo dai serpenti, dagli scorpioni e dai terrori della boscaglia. Se fin dalla nascita abbiamo bisogno di muoverci, come facciamo in seguito a stabilirci in un luogo?

Il viaggio dev'essere avventuroso. 'La gran cosa è muoversi' dice Robert L. Stevenson in Travels with a Donkey [Viaggi a dorso d'asino] 'sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti'. Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l'adrenalina.

L'adrenalina l'abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse, e, peggio di tutto, noi stessi, se siamo lasciati soli nella stanza singola. L'adrenalina è la nostra indennità di viaggio. Tanto vale consumarla in modo innocuo. Viaggiare in aereo è tonificante da questo punto di vista, ma noi, come specie, siamo terrestri. L'uomo ha camminato e nuotato ben prima di cavalcare o volare. Le nostre possibilità umane si realizzano meglio in terra o in mare. Il povero Icaro si schiantò.

La cosa migliore è camminare. Dovremmo seguire il poeta cinese Li Po «nelle fatiche del viaggio e nelle molte diramazioni della via». Infatti la vita è un viaggio attraverso un deserto. Questo concetto, universale fino alla banalità, non avrebbe potuto sopravvivere se non fosse biologicamente vero. Nessuno dei nostri eroi rivoluzionari vale un soldo finché non ha fatto una buona camminata. Che Guevara parlava della «fase nomade» della rivoluzione cubana. Guardate cosa è stata la Lunga Marcia per Mao Tse-tung, o l'Esodo per Mosè. 

Il moto è la migliore cura della malinconia, come sapeva Robert Burton (The Anatomy of Hìelancholy). «I cicli stessi girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l'aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano ... per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento». 

Uccelli e animali hanno tutti un'orologerìa biologica regolata dal passaggio dei corpi celesti. Questi sono usati come cronometri e sussidi per la navigazione. Le oche migrano obbedendo agli astri, e alcuni scienziati comportamentali si sono finalmente accorti che l'uomo è un animale stagionale. Un vagabondo che ho incontrato una volta ha descritto benissimo questa involontaria coazione a girovagare: «E come se le correnti ti tirassero lungo la strada maestra. Io sono come la sterna artica. È un bell'uccello bianco, che vola avanti e indietro dal Polo Nord al Polo Sud.»

La parola 'rivoluzione', tanto offensiva per i persecutori di Galileo, era usata in origine per denotare il passaggio ciclico dei corpi celesti. La gente quando si ostacolano i suoi movimenti geografici aderisce a movimenti politici. Quando una rivoluzionaria dice: «Ho sposato la Rivoluzione», parla sul serio. Perché la Rivoluzione è un dio liberatore, il Dioniso del nostro tempo. E una cura per la malinconia. La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.

Ogni primavera le tribù nomadi dell'Asia si scrollano di dosso l'inerzia invernale e tornano ai pascoli estivi con la regolarità delle rondini. Le donne si mettono nuove vesti di cotonina fiorita e letteralmente «indossano la primavera». I nomadi ondeggiano al ritmo delle loro selle beccheggiami e segnano il tempo sul ritmo insistente della campanella del cammello. Non guardano né a destra né a sinistra. I loro occhi sono incollati alla via che va - oltre l'orizzonte. La migrazione primaverile è un rito. Essa soddisfa tutte le loro esigenze spirituali, e i nomadi sono notoriamente irreligiosi. La via che porta ai monti è il sentiero della loro salvezza.

I grandi maestri religiosi, Buddha nel Punjab, Cristo e Maometto nel Vicino Oriente, comparvero tra popoli le cui costanti migratene erano state infrante dall'insediamento. L'Islam non germogliò nelle tribù del deserto, ma nelle città carovaniere, nel mondo dell'alta finanza. Ma: «Nessuno» dice Maometto «diventa profeta se prima non è stato pastore». Il Viaggio alla Mecca, la Vita Apostolica e il Pellegrinaggio a un centro religioso furono istituiti per compensare la mancanza di migrazioni, e portarono agli estremi imitatori di Giovanni Battista, «vaganti nel deserto con le bestie selvatiche come se fossero animali essi stessi.»

Da allora la gente stanziale è tornata a idilli arcadici, o ha cercato l'avventura nello «interesse» del proprio paese, imponendo ad altri, a sproposito, la stabilità che non riusciva a sopportare in patria. Vagabondi costeggiano le strade da qui a Katmandu, tuttavia chi se ne lagna dovrebbe ricordare la inguaribile irrequietezza studentesca dell'Europa medievale. Per l'Università di Parigi era una fortuna arrivare alla fine di un anno accademico senza chiudere i battenti. «Gli studenti erano armati» lamenta un rettore. «Quando in estate tornavo a casa da scuola» dice uno studente «mio padre a stento mi riconosceva, tanto ero annerito dal girovagare sotto il sole».

Tutte le strade portavano a Roma, e san Bernardo lamentava che non c'era una sola città in Francia o in Italia senza la sua quota di prostitute inglesi, pioniere dì una grande tradizione. Alla fine la Chiesa fu esasperata dal fatto che i suoi novizi girassero nudi in pubblico, dormissero nei forni e cantassero strofe goliardiche con titoli come L'oracolo della santa bottiglia. Venne impartito un nuovo ordine: «sta' nella tua cella e cammina intorno al chiostro solamente quando ti si chiede di farlo*. Non servì. 

I sufi si dicevano «viaggiatori in cammino» e usavano la stessa espressione usata dai nomadi per il loro percorso di migrazione. Portavano anche le vesti di lana dei nomadi. L'ideale di un sufi era camminare come un mendicante o raggiungere con la danza uno stato di estasi permanente, «diventare un morto che cammina», «uno che è morto prima della sua ora». «Il derviscio» dice un testo «è un luogo sul quale passa qualcosa, non un viandante che segue la sua libera volontà». Questo pensiero è affine al concetto di Walt Whitman: «O strada pubblica, tu mi esprimi meglio di quanto io esprima me stesso... ». Le danze vorticose dei dervisci imitavano i moti del sole, della luna, dei pianeti e delle stelle. «Chi conosce la danza conosce Dio» dice Rumi.

I dervisci in estasi credevano di volare. I loro costumi di danza erano adorni di ali simboliche. Talvolta le loro vestì erano deliberatamente sbrindellate e rappezzate. Ciò denotava che chi le indossava le aveva lacerate nel furore della danza. La moda del patchwork ricompare di solito con i movimenti che praticano la danza estatica.

Danzare è andare in pellegrinaggio; la gente balla di più in periodi di crisi. Durante la Rivoluzione francese Parigi si diede al ballo con un fervore che ha pochi esempi nella storia.

I giochi agonistici sono anch'essi pellegrinaggi. In sanscrito una stessa parola designa il giocatore di scacchi e il pellegrino, «colui che raggiunge la sponda opposta». I calciatori non sanno di essere anch'essi pellegrini. La palla che calciano simboleggia un uccello migratore.

Tutte le nostre attività sono legate all'idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci da ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L'uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d'un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un'ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l'hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.

(1) La parola Civiltà significa letteralmente “vita nelle città”. Non ha nessun'altra connotazione o significato. 

Il brano è tratto da Anatomia dell'Irrequietezza di Bruce Chatwin

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1 commento:

  1. Vero, verissimo, ben detto! È la ripetitività nei minimi dettagli che lentamente ci addormenta! Succede che alla lunga ottimizziamo tempi e modi x svolgere un determinato compito,,,,, che noia!

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