5 agosto 2017

Iperborea, Thule e la Ricerca dell'Illuminazione Mistica

iperboreadi J. Jeffrey
Traduzione di Anticorpi.info

Secondo la leggenda, da qualche parte in prossimità delle lontane regioni ghiacciate del Polo Nord visse una civiltà ormai quasi del tutto dimenticata. Si narra che la mitica civiltà di Iperborea si sviluppò nella regione più settentrionale del pianeta in un momento in cui quei territori erano adatti ad ospitare la vita umana. Secondo alcune dottrine e tradizioni, Iperborea avrebbe segnato l'inizio terreno e celeste di ogni civiltà, in quanto culla dell'Uomo Originario. Alcune teorie ipotizzano che Iperborea coincida con il giardino dell'Eden, il punto in cui in un remoto passato la terra ed il cielo entrarono in contatto.

Il mito riferisce che quando i membri di detta civiltà trasgredivano la legge divina, il prezzo della loro colpa fosse l'esilio a vita verso il mondo esterno. Mondo esterno che andò popolandosi proprio grazie alle comunità create dagli esuli, le quali sviluppandosi posero fine alla grande e gloriosa Età dell'Oro.

Quello dell'Età dell'Oro è un elemento centrale di numerose antiche tradizioni. Significativamente, i riferimenti ad essa sono più frequenti nelle culture appartenenti alle regioni che si estendono dall'India al Nord Europa, cioè le aree direttamente sottostanti le regioni polari. Joscelyn Godwin, nel saggio Arktos, The Polar Myth in Science, Symbolism and Nazi Survival, scrive:
"La memoria o l'immaginazione di un'età dell'oro sembra essere una particolarità appartenente alle culture che coprono l'area che si estende dall'India al Nord Europa ... nell'antico Medio Oriente vi è un evidente riferimento all'Età dell'Oro nel libro della Genesi, quando viene descritto il Giardino dell'Eden come quel luogo dove l'umanità camminava con la divinità prima che avesse luogo la caduta. La tradizione egizia narra di epoche remote governate da sovrani divini. Nella mitologia babilonese abbiamo una sorta di calendario composto da ere trisecolari, che coincidono con i quattro quadranti dello zodiaco; la prima di esse, dominata da Anu e nota come età dell'oro, si concluse con il diluvio. I testi Avesta iraniani raccontano del millenario Regno d'oro di Yima, il primo uomo e primo sovrano, sotto il cui dominio il freddo ed il caldo, la vecchiaia, la morte e la malattia erano ignote."
Il mito più sviluppato di questo genere - e probabilmente il più antico - appartiene alla dottrina indù dei Quattro Yuga. Le quattro Ere che compongono questo sistema sono dette: Krita o Satya Yuga (quattro unità), Treta Yuga (tre unità), Dvapara Yuga (due unità), e Kali Yuga (una unità). La somma delle quattro Ere ripetuta per dieci volte compone un periodo denominato Mayayuga. Il Krita Yuga corrisponderebbe all'Età dell'Oro; il Kali Yuga al periodo storico che stiamo vivendo attualmente.

Ogni descrizione dell'Età dell'Oro racconta di come gli 'dei' camminassero con gli uomini in un ambiente perfetto e armonioso equilibrato tra il terrestre ed il celeste. L'umanità non soffriva alcuna malattia e non esisteva invecchiamento in questo paradiso senza tempo. Dopo la caduta, l'uomo 'precipitò' nel Tempo e nella sofferenza, perdendo il dono dell'immortalità.

Madame Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, faceva riferimento ad una 'seconda razza' originaria di Iperborea, che avrebbe preceduto le successive razze di Lemuria ed Atlantide. Il metafisico russo Alexandre Dugin affermò che la casa del 'popolo solare' si trovasse nei territori noti oggi come Russia settentrionale. “La gente solare”, asseriva, "è una tipologia culturale-spirituale creativa, energetica e spirituale."

Nell'antica Grecia esisteva la leggenda di Iperborea, una terra di sole perpetuo posizionata al di là del “vento del nord." Ecateo (circa 500 aC) asseriva che il luogo sacro degli iperborei, costruito “secondo il modello delle sfere”, si trovasse “nelle regioni oltre la terra dei Celti” presso “un'isola in mezzo all'oceano.” Secondo alcuni resoconti popolari il tempio del dio Apollo presso Delfi fu edificato da individui originari di Iperborea. Il poeta lirico greco Alceo (600 aC) cantò del viaggio reale o mistico compiuto da Apollo nella terra degli iperborei:
"O re Apollo, figlio del grande Zeus, alla tua nascita tuo padre ti donò la fascia dorata e la lira di conchiglia, e ti donò inoltre un carro trainato da cigni, voglio che tu ti rechi a Delfi ... ed una volta in viaggio, la cosa peggiore che potrai fare sarà volare nella terra degli iperborei."
L'uso di indossare una veste ricamata con le stelle del 'Re del Mondo' - la sfera celeste, simbolo dell'unità con la terra - è una consuetudine che qualcuno fa risalire agli iperborei. I ricami in oro su seta blu raffiguravano il sole, la luna e le stelle. Tali abiti furono poi indossati dai re dell'antica Roma e da Giulio Cesare, così come da Augusto ed altri imperatori romani.

Alcune antiche statuette in terracotta rinvenute in una tomba in Jugoslavia mostrano l'Apollo Iperboreo all'interno del suo carro trainato da cigni. Il dio indossa sul collo e sul petto raffigurazioni gialle del sole e delle stelle, e sul suo capo vi è una corona da cui si dipanano raggi. La sua veste, che tocca il suolo, è di colore blu scuro con disegni di colore giallo.

apollo cigno iperborea

Il Collasso di Iperborea.
Una delle teorie più popolari circa l'evento che causò la fine di Iperborea narra di una catastrofica inclinazione assunta dall'asse terrestre. L'umana trasgressione della legge divina avrebbe causato uno spostamento nell'equilibrio metafisico, il cui effetto sarebbe andato a proiettarsi anche sul piano terreno. Julius Evola, noto metafisico italiano, asserì che sia stato proprio quello il momento in cui il primo ciclo della storia giunse a conclusione per dare avvio al secondo ciclo, quello della civiltà atlantidea:
"Il ricordo di questa località situata nell'Artico è patrimonio delle tradizioni di molte genti, sia sotto forma di vere e proprie allusioni geografiche, che di simboli sintetizzanti la funzione e significato originali spesso trasformati in senso super-storico, oppure applicati ad altri centri che possono essere considerati come copie di quella originale ... Soprattutto, si noterà l'interazione del tema Artico con il tema Atlantico ... E' nota la nozione astrofisica secondo cui la modificazione dell'inclinazione dell'asse terrestre provocherebbe mutazioni nel clima da un'epoca all'altra. Inoltre, come da tradizione, tale inclinazione ha avuto luogo in un dato momento, di fatto attraverso l'allineamento di un fatto fisico con uno metafisico, come se un male naturale si sia riflesso in una certa situazione di ordine spirituale ... In ogni caso, ad un certo momento il ghiaccio e la notte eterna calarono sulla regione polare. Poi, con l'esodo forzato da quella sede, ebbe fine il primo ciclo, dando inizio alla seconda grande Era: il Ciclo di Atlantide."
Julius Evola, Rivolta Contro il Mondo Moderno, 1951.
Il ricordo di un'epoca d'oro, sebbene rimodellato in forma archetipica o mitologica, soddisfa uno scopo super-storico. Per questa ragione il ricordo dell'antica civiltà di Atlantide a volte risulta intrecciato a quello di Iperborea. Non possiamo aspettarci di 'provare' l'esistenza fisica di queste civiltà, ma tutti i miti sono noti per avere un fondamento storico. Trasmessi originariamente in forma orale, i miti sono poi codificati all'interno di storie abbastanza semplici ed accattivanti da garantire loro la sopravvivenza e traduzione attraverso i secoli. Il mito assolve una funzione vitale - quella di condurre nel futuro il ricordo delle origini, la conoscenza di dove stiamo dirigendoci e di ciò che siamo tenuti a fare. E' solo oggi - nel Kali Yuga - che la cultura ha tagliato i ponti con le tradizioni, perdendo così la facoltà di distillare correttamente i nuclei di verità storiche contenute nei miti.

Il Ritorno del Mito.
La leggenda di Iperborea rivisse nel corso dei secoli XVIII e XIX, quando videro la luce molti testi in cui fu formulata l'ipotesi che la prima civiltà umana non avesse affatto avuto origine in Medio Oriente. Una delle pubblicazioni più popolari postulò che i cosiddetti 'ariani' (europei) fossero 'superiori' e più intelligenti rispetto ai 'semiti' (popoli del Medio Oriente). Quindi, secondo questa teoria, la civiltà 'non poteva' avere avuto origine in Medio Oriente, e l'ebraico probabilmente non era stata la prima vera lingua.

I francesi dell'Illuminismo avanzarono l'ipotesi che l'Eden biblico fosse situato in una regione più elevata rispetto a quanto comunemente ritenuto. Allo stesso modo, i nazisti tedeschi alla ricerca della loro Aufklarung (citando Kant, l'Aufklarung è "l’uscire dell’uomo dallo stato di minorità per obbedire al motto sapere aude, ossia imparare a servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri" - ndt) cercarono di estromettere dal mito edenico ogni legame con le regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente. Diversi studiosi britannici e tedeschi si concentrarono sull'analisi della antica civiltà indiana (vedica), ove si parlava la lingua sanscrita. Molti ritenevano che il sanscrito fosse la lingua originale degli 'ariani'.
Con le nuove scoperte archeologiche effettuate in Egitto, Caldea, Cina ed India, i ricercatori si diedero a percorrere un campo minato, riaprendo il dibattito sulle reali origini dell'uomo. All'epoca, contraddire con veemenza la versione narrata nella Bibbia poteva condurre a spiacevoli conseguenze.

Scrittori come Jean-Sylvain Bailly (1736-1793), il Rev. Dr. William Warren (1800), Bal Gangadhar Tilak (1856-1929) e H.S. Spencer (1900), svilupparono diverse teorie nel tentativo di dimostrare che l'origine dell'uomo avesse avuto luogo nella regione polare.

Il libro di Tilak: Arctic Home (pubblicato nel 1903) esordisce affermando che durante il periodo interglaciale nelle regioni artiche il clima fosse molto diverso rispetto a quello attuale (nozione confermata da numerosi scienziati). Secondo Tilak vi fu un continente circumpolare dal clima temperato. Dunque le condizioni ambientali dell'epoca non sarebbero state sfavorevoli alla vita, come comunemente ritenuto.

Tilak era convinto che gli antichi testi vedici indiani facessero inequivocabilmente riferimento ad un 'regno degli dei' dove il sole sorgeva e tramontava una sola volta l'anno, e questo dettaglio a sua detta dimostrava che quegli antichi autori conoscessero le condizioni astronomiche presenti al Polo Nord. Tilak, che vantava una perfetta padronanza della lingua vedica, collocava l'esistenza di tale civiltà artica intorno al 10.000 aC, prima che l'inizio dell'ultima era glaciale la distruggesse.

Il suo libro ebbe un impatto limitato in occidente, ma riscosse grande popolarità in India. Quando il dotto zoroastriano H.S. Spencer scrisse il libro The Aryan Ecliptic Cycle (1965) - con cui si propose di sviluppare il lavoro di Tilak - riscosse l'approvazione di Sir S. Radhakrishna, l'allora Presidente dell'India. Come pure il plauso di dignitari della locale Società Teosofica.

L'approccio di Spencer non si sviluppò dal vedico ma dalle scritture di Zoroastro, andando oltre Tilak nel tracciare e descrivere i progressi degli 'ariani' dal nord ai nuovi stanziamenti, e gli scismi che li sparpagliarono lungo la strada.

Gli 'ariani' descritti da Spencer fecero sentire la loro presenza, spostandosi in lungo e in largo. Sarebbero stati proprio gli ariani a modellare le religioni e culture d'Egitto, Sumeria, Babilonia, e dei semiti, fino a quel momento adoratori di divinità lunari femminili.

Tuttavia, la ricerca di una 'Iperborea' terrena e di una 'razza originaria' da parte di molti studiosi fu estremamente difficile e ottimistica. Dimostrare che tra l'8000 ed il 10000 a.C presso il Polo Nord fossero esistiti insediamenti umani non era impresa da poco, soprattutto se vivevi nel 18° secolo. Le numerose teorie non fecero che presentare elementi contraddittori o tendenziosi, i quali finirono per ottenere il risultato opposto, screditando anziché accreditare l'intera nozione di Iperborea. Stesso discorso potrebbe farsi in merito alle teorie che vorrebbero provare l'esistenza del 'continente perduto di Atlantide'. L'impellenza di trovare la dimostrazione di una Iperborea terrena finì per sminuire l'importanza occulta dell'Iperborea simbolica.

Il Polo Spirituale.
Nel tentativo di individuare l'ubicazione 'fisica' di Iperborea, la maggior parte dei ricercatori ha trascurato la possibilità che quel mito potesse servire uno speciale fine simbolico e spirituale. Ci chiediamo se sia ipotizzabile che la verità dietro la leggenda fosse esoterica, e non essoterica come alcuni addirittura sostengono ancora oggi.

Molte tradizioni narrano di un supremo centro spirituale o 'Luogo Supremo.' Tale 'luogo' potrebbe non essere ubicato in uno specifico punto terreno, ma esistere in una forma primordiale, inattaccabile dai cataclismi fisici.

Il 'Luogo Supremo', comunemente considerato come orientamento 'polare', simbolicamente è stato sempre rappresentato sotto forma di 'asse del mondo' - e nella maggior parte dei casi indicato come una 'Montagna Sacra.' Rene Guenon nel testo Il Re del Mondo scrive quanto segue:
"Quasi in ogni tradizione esiste un preciso nome per definire questa montagna, come il Meru induista, l'Alborj persiano, ed il Montsalvat nella leggenda occidentale relativa al Graal. Abbiamo anche la montagna araba Qaf ed il monte Olimpo greco, i quali per molti versi esprimono il medesimo significato. In ognuna delle tradizioni citate si tratta di una regione che - proprio come il Paradiso Terrestre - è divenuta inaccessibile all'umanità ordinaria; una regione che si trova oltre la portata dei cataclismi che sconvolgono il mondo umano al termine di determinati periodi ciclici. Questa regione è l'autentico 'Luogo supremo' che, secondo certi testi vedici e avestici, originariamente si trovava nei pressi del Polo Nord, come sottolineato anche dal senso letterale della parola. Per quanto sia possibile che la sua localizzazione possa cambiare a seconda delle fasi della storia umana, la sua polarità resta intatta in senso simbolico, in quanto essenzialmente rappresenta l'asse fisso attorno al quale tutto è imperniato."
I testi vedici narrano che il 'Luogo supremo' sia noto come Paradesha, o 'Cuore del Mondo'. Ed è proprio da tale nome che i Caldei coniarono il termine Pardes, e gli occidentali Paradiso.

Esiste inoltre un nome alternativo, il quale probabilmente è anche più antico di Paradesha. Questo nome è Tula, dai greci poi modificato in Thule. Concetto che accomuna diverse regioni che vanno dalla Russia fino all'America Centrale, il nome Tula ha sempre rappresentato lo stato primordiale da cui scaturisce ogni facoltà spirituale.

E' noto che il nome  messicano Tula debba la sua origine ai toltechi, i quali provennero - secondo la leggenda -  da Aztlan, la 'terra di mezzo dell'acqua', la quale corrisponderebbe alla mitica Atlantide. In questo caso Tula - centro di autorità spirituale - non resterebbe fissa in una specifica ubicazione geografica. Guenon associa a Tula il ciclo atlantideo successivo a quello iperboreo. La Tula atlantidea è l'immagine dell'originario stato primordiale situato al nord, in una posizione polare. Con il succedersi delle Ere, la sede suprema del potere spirituale tende a regredire in misura esponenziale verso la segretezza e l'oscurità. Tutto ciò, naturalmente, è un effetto congenito dell'era finale (Kali Yuga) in cui progressivamente l'umanità sprofonda nel piano materiale, fino al ribaltamento provocato dall'avvio di un nuovo ciclo.

Qui Tula, centro di autorità spirituale, costituisce il punto fisso noto simbolicamente a tutte le tradizioni come il 'perno' o l'asse del mondo. Metafisicamente parlando, il mondo ruoterebbe intorno a questa sede di potere priva di una vera e propria collocazione geografica.

Nella tradizione buddhista 'Chakravarti' letteralmente significa “Colui che fa girare la ruota”, vale a dire colui che - essendo al centro di tutte le cose - dirige ogni movimento senza a propria volta essere coinvolto da quel moto; colui che - per usare le parole di Aristotele - è 'l'immobile meccanismo' di ogni cosa.

Nelle tradizioni celtica, caldea ed indù, l'immobile asse attorno a cui si muove la ruota del mondo si combinano per rappresentare un simbolo diventato molto controverso nella modernità. Questo - infatti - è l'autentico significato della svastica, riconosciuta in tutte le antiche tradizioni mondiali come 'simbolo del Polo'.

Il Polo e l'Illuminazione Mistica.
Risale all'Iran medievale la prima documentazione scritta che fece riferimento al Polo Spirituale ed all'esperienza mistica dell'ascesa verso di esso. I sufi iraniani, attingendo dall'Islam e dalle tradizioni mazdea, manichea, ermetica, gnostica e platonica, ne distillarono una dottrina sacra, descritta come scientifica, mistica e filosofica.
"Esotericamente i teosofi persiani collocavano il loro 'punto di riferimento' in un luogo che non si trovava ad Oriente, né ad Occidente, né al Sud, quando rivolgevano le loro preghiere verso la Ka'ba. “L'Oriente ricercato dal mistico, l'Oriente che non può essere situato sulle nostre mappe, è nella direzione del nord, oltre il nord.” (The Man of Light in Iranian Sufism, Henry Corbin, 1978) Su questo Polo regna una completa oscurità, asserisce il famoso testo arabo Hayy ibn Yaqzan, tra le opere più visionarie del polemista e filosofo persiano Avicenna (Ibn Sina), vissuto intorno all'anno 1000. “Ogni anno il sole lo illumina per un breve periodo. Colui che si confronta con quella oscurità e non esita ad immergersi in essa giungerà in uno spazio sconfinato e pieno di luce.” [Ibid] Tale oscurità, dice Corbin, è l'ignoranza dell'uomo naturale. “Attraversarla è un'esperienza terrificante e dolorosa, in quanto distrugge tutte le pervietà e le norme su cui l'uomo naturale basa la propria esistenza ...” [ibid] Ma deve essere affrontata consapevolmente prima di poter acquisire la gnosi salvifica esistente oltre la luce." 
"Il buio attorno al Polo, perforato annualmente dai raggi del sole, è una figura al tempo stesso terrena e simbolica. Da un lato è la reale situazione astronomica esistente presso il Polo Nord, in cui si alternano sei mesi di notte e sei di giorno. Dall'altro, nella tradizione esoterica l'immagine detiene un valore superiore e simbolico. Ma, come Corbin e Guénon non si stancavano mai di sottolineare, il livello simbolico non è un costrutto fantasioso che trae spunto dal fatto terreno: in realtà è vero l'esatto opposto. Nella fattispecie, l'esperienza mistica di penetrare l'oscurità del Polo è la realtà fondamentale e l'autentica esperienza dell'individuo. Il fatto che il mondo materiale rifletta la geografia celeste non è che un aspetto contingente. In breve, in questa dottrina, come nel platonismo, la vera realtà è quella del regno sovrasensibile, mentre il regno materiale non è che una sua proiezione."
Il ricercatore, mediante una profonda meditazione spirituale, riesce ad accedere ad un mondo di esperienza mistica, e percorre un pellegrinaggio verso Iperborea, luogo che non può essere collocato sulle mappe. Aristea, poeta greco, in estasi sciamanica narrò di avere viaggiato fino ad Iperborea mentre era 'posseduto da Apollo.' Il viaggio mistico-spirituale verso Iperborea è molto presente nell'antica letteratura ellenica. Il viaggio verso il Polo è talvolta illustrato come la scalata di una colonna di luce che si estende dal fondo dell'inferno fino al brillante paradiso nel Nord cosmico.

aurora-boreale

Come già accennato, il Polo è simboleggiato anche da una montagna, chiamata Monte Qaf nella tradizione mussulmana, la cui ascesa, proprio come la scalata di Dante del Monte del Purgatorio, rappresenta i progressi dei pellegrini nell'atto di attraversare una serie di stati spirituali.

Guénon, ne Il Re del Mondo, spiega che “l'idea evocata dalla rappresentazione in questione è essenzialmente quella della 'stabilità', la quale è di per se una caratteristica del Polo.” La montagna, indicata come un'isola, “resta immobile in mezzo all'incessante turbinio delle onde, un caos che riflette quello del mondo esteriore. Di conseguenza è necessario attraversare il 'mare delle passioni', al fine di raggiungere il 'Monte della Salvezza', il 'Santuario della Pace'."

La nostra ricerca di Iperborea è il nostro desiderio di tornare a Paradesha o Paradiso - cioè l'impulso primordiale, originario dell'esistenza umana. L'importanza di conoscere l'ubicazione materiale di una terra perduta nelle regioni settentrionali è quindi messa in ombra dalla rilevanza simbolica del concetto. Cercare Iperborea equivale a ricercare l'illuminazione mistica. La montagna, l'Isola, l'inamovibile roccia fissa in un preciso orientamento polare quale rappresentazione della Realtà Ultima. Ed è proprio tale inamovibilità ad ancorarci al solenne compito che da sempre essa rappresenta.

Articolo in lingua inglese, pubblicato sul sito New Dawn Magazine
Link diretto:
http://www.newdawnmagazine.com/articles/hyperborea-the-quest-for-mystical-enlightenment

Traduzione a cura di Anticorpi.info


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Il Re del Mondo


3 commenti:

  1. Che io sappia della civiltà iperborea ne parla Esiodo, Blavasky e Steiner.

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