05 marzo 2010

False Flag

Viator

La strategia della "false flag" (falsa bandiera) prende il nome da una tattica di avvicinamento utilizzata nelle battaglie navali (si esponeva una bandiera che convincesse il nemico di avere a che fare con un vessillo non ostile), ma è antica quanto i concetti di "opinione pubblica" e "morale comune."

Sostanzialmente consiste nel compimento di un atto sovversivo o bellico sotto mentite spoglie, così che le ripercussioni politiche dello stesso atto finiscano per  ricadere su un soggetto prestabilito, in realtà del tutto estraneo allo accaduto.

Della false flag esistono diverse varianti. La più nota è detta anche "inside job" o "pseudo-operazione" e si basa sul presupposto secondo cui durante un conflitto tra due parti, il modo migliore di ottenere il supporto di una "terza fazione neutrale" - o di giustificare una azione offensiva altrimenti ingiustificabile - sia farsi etichettare come "vittima" di un attacco grave e riprovevole, ad opera del  proprio avversario.
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In ambito politico, tale evento coincide di norma con un atto sovversivo.

Tra le più celebri operazioni di false flag politico vi è l'incendio del Reichstud - sede del Parlamento tedesco - nella Germania del 1933, inscenato dai nazionalisti con l'intento di  fomentare l'odio verso il regime comunista.

L'edificio fu devastato dalle fiamme, tuttavia la "fortuna" volle che non vi fossero vittime tra i politici. 

Quella stessa notte fu arrestato colui che l'opinione pubblica conobbe come  il responsabile dell'incendio, il giovane attivista comunista Marinus Van Der Lubbe, che continuò a dichiararsi innocente fino a quando - sotto tortura - finì per accollarsi le accuse. 

Van Der Lubbe fu giustiziato nel Luglio 1934, poco prima del suo venticinquesimo compleanno.

Vent'anni prima (1914) aveva avuto luogo quello che si ritiene sia stato il più importante atto di false flag della storia, ossia l'attentato perpetrato ai danni dello erede al trono austroungarico, lo arciduca Francesco Ferdinando di Asburgo, attentato dal quale scaturì una concatenazione di eventi (primo dei quali il conflitto tra Austroungheria e Bosnia) che condusse alla Prima Guerra mondiale.

La versione ufficiale narra che recatosi in Bosnia Erzegovina per patrocinare alla inaugurazione del museo di Sarajevo, lo arciduca sia stato ucciso a colpi di arma da fuoco da Gavrilo Princip, giovane cittadino bosniaco. Per anni lo si dipinse come un folle anarchico in cerca di fama, spalleggiato da cinque balordi (dei quali solo uno fu arrestato e giustiziato).

Princip, diciannovenne, essendo troppo giovane per la pena capitale fu condannato al carcere a vita. Qui tentò per ben due volte il suicidio, una prima volta ingerendo cianuro per poi vomitarlo e poi sparandosi un colpo in testa e mancandosi (altra stranezza). Princip morì di tubercolosi dopo 4 anni di detenzione.

Successivamente fu appurato che Princip era in realtà membro della Giovane Bosnia, organizzazione votata alla unificazione di tutte le realtà territoriali jugoslave, e si ipotizzò che ad uccidere Francesco Ferdinando in realtà non fu Princip - capro espiatorio - bensì un sicario assoldato da potenti gruppi finanziari allo scopo di scatenare ciò che ancora oggi rimane il più proficuo, vile business ai danni dell'Umanità: una Grande Guerra.

Se ci spostiamo in avanti di mezzo secolo ritroviamo la impronta della false flag nella cosiddetta "Strategia della Tensione" attuata dalla agenzia di servizi segreti "Gladio" (di matrice NATO) per aizzare la opinione pubblica europea contro il blocco sovietico e le organizzazioni filosovietiche.

Gladio operò prevalentemente in Italia, dove prosperava il più grande e forte avamposto politico sovietico nella Europa occidentale di allora: il PCI.

Alle operazioni segrete di Gladio è ormai appurato che dobbiamo gran parte degli attentati terroristici che lacerarono l'Italia negli anni '70 e '80, in un primo momento addebitati ad anarchici ed estremisti di sinistra (come le Brigate Rosse).

Strage di Piazza Fontana. Milano, 1969. 17 decessi, 88 feriti.
Strage della Questura di Milano. 1973. 4 decessi, 46 feriti.
Strage di Piazza della Loggia. Brescia, 1974. 8 decessi.
Attentato al treno Italicus. Provincia di Bologna, 1974. 12 decessi, 105 feriti.
Strage della Stazione di Bologna. 1980. 80 decessi, oltre 220 feriti.
Attentato al treno rapido 904. Provincia di Bologna, 1984. 17 decessi, 260 feriti. 

Per chiudere il discorso sulla false flag politica è necessario citare la teoria - suffragata dai molti documentari - secondo cui praticamente tutti gli attentati compiuti nel corso dello ultimo decennio ascritti allo estremismo islamico - da quelli dello 11 Settembre 2001 contro il World Trade Center, proseguendo con le stragi di Londra e Madrid - siano stati in realtà operazioni di false flag pianificate dai servizi segreti angloamericani allo scopo di motivare nuove misure liberticide nel mondo occidentale, in nome della sicurezza dal terrorismo, e creare un clima di ostilità nei confronti di quel mondo islamico a tutt'oggi assoggettato alla occupazione territoriale da parte delle truppe occidentali.

Passando a descrivere l'applicazione della false flag in ambito bellico, bisogna dire che si basa sui medesimi meccanismi della precedente, ad eccezione del fatto che l'evento scatenante di norma coincide con un attacco inatteso portato da truppe  ufficialmente non avverse.

Nel 1934 l'esercito italiano fascista mise in atto una strategia di false flag per giustificare di fronte alla opinione pubblica mondiale la sua invasione della Etiopia. 

Si inscenarono alcuni attacchi alle truppe eritree-italiane da parte di alcune non meglio identificate "bande sconfinanti fomentate dal negus" e da ciò si trasse lo spunto per invadere la Abissinia.

Anche la guerra ispanico-statunitense del 1898 fu scatenata mediante false flag organizzata dagli Stati Uniti allo scopo di strappare alla Spagna la indipendenza di Cuba - con l'intento di trasformarla in un protettorato americano - e la cessione di Porto Rico e della Isola di Guam.
L'esercito statunitense affondò la nave "Maine", battente bandiera americana, per poi addebitare lo attacco alla marina militare spagnola. Scoppiò la guerra, e alla fine gli Stati Uniti raggiunsero gli obiettivi che si erano prefissati.

Il celebre attacco a "Pearl Harbour" mosso nel 1941 dallo esercito giapponese contro una base navale americana sull'oceano Pacifico, è considerata una strategia "anomala" di false flag. In quell'occasione infatti non si trattò di confezionare direttamente lo evento, bensì di organizzare le cose affinché fosse il nemico stesso ad agire in tal senso, muovendo guerra per esasperazione e necessità. 

Ciò fu ottenuto grazie a un durissimo ed ingiustificato embargo petrolifero posto dagli Stati Uniti nei confronti del paese del sol levante.

Inoltre, sebbene fossero a conoscenza del fatto che il Giappone avrebbe mosso una offensiva aerea contro una base sul Pacifico, i servizi segreti americani insabbiarono la informazione e lasciarono che le flotte aeree nipponiche facessero strage delle truppe amiche. 

Tutto ciò per rendere accettabile nella opinione pubblica statunitense la idea che per "farsi giustizia" gli Stati Uniti avessero dovuto prendere parte alla Seconda Guerra Mondiale, con grande soddisfazione delle multinazionali e delle banche.

In conclusione è utile accennare alle teorie riguardanti quello che potrebbe essere stato il più terribile atto di false flag mai commesso. Secondo queste teorie dietro il genocidio nazista a danno del popolo ebraico vi furono in realtà le elite sioniste, intenzionate a fabbricare il 'marchio infamante' dell'antisemitismo, così da potersene servire come devastante arma politica contro coloro i quali successivamente avessero intralciato i loro progetti  di dominio finanziario e politico. 

A tal proposito, se è vero che una simile teoria  suoni  quantomeno fantasiosa, lo è altrettanto che personaggi come i Rothschild non di rado sono ricorsi ad accusare di antisemitismo (spesso ingiustificatamente) i propri  avversari finanziari e politici, rivoltandogli contro l'opnione pubblica e le giurie dei tribunali.

La strategia del false flag non è una invenzione di teorici cospirazionisti squinternati.

Il ricorso ad essa da parte di governi e organizzazioni più o meno segrete è stato provato con testimonianze verbali e documentali. Da queste ultime è facile evincere come non solo tale strategia sia stata realmente praticata, ma che lo si è fatto (ed attualmente continua a farsi) con estrema frequenza.

Il conflitto israelo-palestinese è costellato di episodi di false flag. Più in generale, nel Ventesimo e Ventunesimo Secolo la falsa bandiera è stata utilizzata per sbarazzarsi di avversari scomodi, rovesciare governi, manipolare risultati elettorali, limitare le libertà individuali, quasi sempre con il supporto ingenuo o connivente dei mezzi di comunicazione di massa.

"La fase uno prevede la creazione di un problema. Potrebbe trattarsi di un paese che ne at tacca un altro, di una crisi di governo, di una crisi economica o di un "attacco terroristico". Va bene qualsiasi cosa che agli occhi dell'opinione pubblica ri chieda una "soluzione". Nella fase due, portate a conoscenza dell'opinione pubblica quei "problemi" che avete creato in maniera occulta presentando glieli nel modo che volete. È essenziale per voi trovare qualcuno che possa es sere ritenuto responsabile di quel problema, un "capro espiatorio" come Lee Harvey Oswald, accusato dell'assassinio del presidente Kennedy, o Osama bin Laden. Poi bisogna montare i retroscena adatti a quegli avvenimenti in modo tale che la gente esiga che "si faccia qualcosa". Queste parole sono co me musica per le vostre orecchie, perché vi consentono di passare alla fase tre, l'attacco. A questo punto proponete apertamente le soluzioni ai problemi che voi stessi avete creato. Tra queste soluzioni, ovviamente, figurano la centra lizzazione del potere, il licenziamento dei funzionari o dei politici che vi met tono i bastoni tra le ruote, e l'abolizione delle libertà fondamentali; in questo modo la vostra meta finale, ossia la realizzazione dello stato fascista globale, sarà sempre più vicina."

Dall'articolo: "Problema, Reazione, Soluzione", di David Icke

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